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Il reato di maltrattamento dei cavalli, difficoltà e sfide

Non esiste in Italia una legge specifica sul maltrattamento degli equini. I danni a loro cagionati rientrano nel più generale reato di "maltrattamento di animali" che è disciplinato dalla l.189/04 (link alla legge) che punisce chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale, ovvero lo sottopone a sevizie, a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, con la reclusione da 3 a 18 mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

La medesima legge punisce altresì il "reato di doping a danno di animali", con l'intento di reprimere le frodi sportive, scommesse clandestine, combattimenti tra animali, competizioni illegali, disponendo che le stesse pene previste sopra si applichino "a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate, ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi".

In base alla legge, dovrebbe essere punito chiunque si renda autore di "lesioni" o di "sevizie" ad un animale, oltre dunque alla sua uccisione per motivi effimeri, futili o di cattiveria fine a se stessa (ne viene di conseguenza che la macellazione di animali da allevamento - quali i cavalli - non è considerata un motivo futile di uccisione e non viene perseguita come reato penale). 

La giurisprudenza ha chiarito che per integrare il reato non occorrono lesioni necessariamente fisiche, ma è sufficiente la sofferenza degli animali, che però va provata.

Come provare la sofferenza, ad esempio quella psicologica di un cavallo? Più spesso che non la mera denuncia querela di un privato, che interpreta la sofferenza del cavallo, non è considerata prova sufficiente e ci vogliono perizie medico veterinarie che attestino quello stato di sofferenza (che possono essere sovvertite da perizie di parte opposta). Per questo, la "conferma" dello stato di maltrattamento da parte delle autorità sanitarie locali (veterinario ULSS) è considerata come minimo auspicabile per avere migliori probabilità che il maltrattamento sia riconosciuto. Collaborazione non da dare per scontata neppure quando, dal punto di vista di persone di cavalli, il maltrattamento c'è. 

In merito alla sottoposizione a sevizie o a comportamenti, fatiche o lavori insopportabili per le caratteristiche etologiche dell'animale, assume valenza l' incompatibilità con il comportamento della specie di riferimento come ricostruito dalle scienze naturali. In questa fattispecie, l'eccesso di scuderizzazione del cavallo dovrebbe essere considerato un maltrattamento dalla giurisprudenza, ma non si è ancora mai visto un processo in cui ci sia un condannato per eccesso di scuderizzazione incompatibile con la natura etologica del cavallo.

Dallo scrivere una legge, a ottenere il rispetto di quella legge, ce ne vuole, come tutti gli italiani sanno benissimo.

Quindi, se il testo normativo sembra astrattamente dignitoso, nella concretezza della pratica è molto difficile che vengano perseguiti seriamente, penalmente, i maltrattatori di cavalli, al di fuori dell'eventuale sanzione per mala gestione, allevamento abusivo o non a norma, insufficiente tracciabilità degli animali e altri reati minori puniti con l'ammenda immediata o un decreto penale di condanna (ovvero dietro denuncia querela alla procura, inaudita la parte avversa, su richiesta del PM, quando all’imputato deve essere applicata solo una pena pecuniaria trattandosi di un reato minore).

Spesso le denunce querele per maltrattamento di cavalli di iniziativa di privati, non comprovate da ULSS, forestali, o enti accreditati per la tutela animale, sono semplicemente archiviate per "insufficienza di prove".

Le prove oggettive del reato potrebbero essere la morte dell'animale per incuria, indigenza, assenza di cure. Più raro ottenere che sia riconosciuto il maltrattamento per la condotta lesiva dell'integrità, della salute o del benessere dell'animale, che può consistere sia in un comportamento commissivo che omissivo, per crudeltà, dolo o senza necessità, che ci sia consapevolezza o meno del danno che si cagiona all'animale, ovvero l'ignoranza non è una scusa.

Può essere in teoria punito qualsiasi atto che infligge dolore e sofferenza senza motivo, o dietro la spinta di motivazioni futili o abbiette.

Per quanto riguarda l'uccisione di animale per motivi futili, esso è regolato dall'art. art. 544-bis c.p. Nel caso del cavallo, potrebbe rientrare in questa fattispecie la macellazione opportunistica di cavallo non destinato al consumo. Solo che va provata. Non bastano le ipotesi (il cavallo è sparito nel nulla). 

Azioni e competenze

Il reato di cui all'art. 544-ter c.p. è perseguibile d'ufficio, pertanto, una volta che l'autorità giudiziaria è venuta conoscenza del fatto riconducibile in astratto a tale tipo di delitto, ha il dovere di procedere autonomamente, con le indagini, anche in assenza di altro impulso da parte di soggetti terzi eventualmente offesi (come le associazioni animaliste per intenderci, che spesso se fautrici della denuncia querela, hanno anche interesse a costituirsi parte lesa).

La notizia di reato può provenire su iniziativa e segnalazione di qualsiasi soggetto, il quale può rivolgersi direttamente all'autorità (tramite denuncia presso qualunque ufficio di polizia giudiziaria: carabinieri, polizia di Stato, corpo forestale, ecc.), tenuta ad intervenire entro 30 gg (altrimenti sarebbe omessa condotta d'ufficio), ovvero avvalendosi delle associazioni animaliste o di enti riconosciuti che perseguono finalità di tutela (nel nostro caso guardie ecozoofile o associazioni di tutela degli equini riconosciute).

Se ci sono dei soggetti che vengono a conoscenza del maltrattamento durante lo svolgimento delle loro mansioni (come per esempio i veterinari, maniscalchi, gestori di maneggi, altri operatori, anche i privati che frequentano la scuderia), essi stessi hanno l'obbligo di denunciare il reato alle autorità. Se tali soggetti erano consapevoli del reato, ma hanno omesso di denunciarlo, potrebbe configurarsi la corresponsabilità nel reato stesso, anch'essa perseguibile penalmente. 

L'organo giudicante competente è il Tribunale penale di quel territorio. La denuncia querela può essere inviata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Competenza anche a mezzo raccomandata a/r, purché non sia omessa l'identificazione precisa del querelante. 

Cosa aspettarsi e come procedere

Poiché le possibilità di avere il maltrattamento del cavallo punito se si agisce come privati cittadini sono minime, è consigliabile inviare la segnalazione o esposto alla ULSS veterinaria di competenza per quel territorio e/o alla Forestale competente per quel territorio e/o alle Guardie Ecozoofile riconosciute per quel territorio e/o alle Associazioni animaliste che si occupano di tutela degli equini. A più si manda, in generale, meglio è, ovvero più ci si assicura che almeno ci sarà un sopralluogo.

La segnalazione per iscritto vale mille volte quella orale e fa sì che rimanga traccia dell'ipotesi del reato. Traccia che tornerà utile per dimostrare ipotesi di aggravanti, se il denunciato non sarà punito per niente o non adeguatamente e continuerà a perpetuare azioni o comportamenti reprensibili per la salute e il benessere dei cavalli. 

Evitare di segnalare per motivi futili e banali, come la vendetta personale per presunti torti ricevuti. Corredare le segnalazioni sempre di prove (foto/video) e incrociare le dita perché il maltrattamento sia riconosciuto (non è scontato).

Generalmente parlando, se la condizione di malessere è oggettiva, ci si può aspettare che vengano fatte raccomandazioni, vigilanza ulteriore e sanzioni se le raccomandazioni non sono osservate.

Il sequestro giudiziario degli animali, cioè che siano tolti all'ipotetico maltrattatore, è invece molto difficile. Purtroppo la legge italiana a questo proposito non funziona, perché il fondo creato all'uopo per mantenere gli animali da sequestro è dichiarato dalle autorità di competenza sempre "vuoto", senza trasparenza per capire se è mai stato alimentato (dovrebbe essere riempito con le "sanzioni per maltrattamento di animali"), e come eventualmente siano stati spesi i fondi, con un bilancio pubblicato e quindi trasparente come dovrebbe essere e non è. Le associazioni che si occupano di tutela degli equini, quindi, non ricevono fondi pubblici, neppure come rimborsi spesa giudiziari, per salvare i cavalli. In assenza di chi si offra di pagare tutte le spese di trasporto, stabulazione, cure, per tutto il tempo necessario, a proprie spese, difficile che i cavalli siano tolti all'indagato, che diventa dunque il custode giudiziario degli stessi. Va inoltre fatto presente al lettore l'ulteriore difficoltà. Chiunque, associazione o privato, si offrisse di pagare tutte le spese, non ha poi diritto a compensazione con gli animali stessi. Ovvero, la persona a cui sono tolti i cavalli potrebbe aver ragione in giudizio e chiedere dunque la restituzione dei cavalli, e magari anche dei danni morali e patrimoniali subiti dal sequestro. Se anche il processo andasse bene, e i cavalli fossero definitivamente confiscati, diventerebbero beni dello stato, non di chi li ha mantenuti. E lo stato potrebbe decidere di rientrare dalle spese del processo mettendo i cavalli all'asta: cioè vendendoli al miglior offerente, senza rimborsare un euro a chi li ha trasportati, stabulati, curati e amati per anni, fino alla confisca.

Non solo, è difficile perseguire il reato di maltrattamento di cavalli perché si prescrive in pochi anni, rendendo difficile arrivare ai 3 gradi di giudizio previsti dalla legge italiana per avere veramente una persona punita e quindi gli animali confiscati. Punita poi come? Se non ci sono precedenti, difficilmente c'è il carcere, al massimo la punizione è pecuniaria (soldi). Tanto vale, a questo punto, che l'eventuale maltrattatore sia punito subito con decreto penale di condanna, evitando aggravi per lo stato italiano e per i contribuenti, con processi che rischiano di finire in prescrizione e quindi nel nulla di fatto.

Rimane il problema dei cavalli. La giustizia che si aspetta il popolo è che siano tolti dalle mani dei maltrattatori in tempi rapidi, indipendentemente da come andrà poi l'eventuale processo. Ebbene, il modo ci sarebbe, confiscandoli subito come "beni deperibili", provvedendo alla cessione immediata a terzi dietro emulamento anche simbolico, che sarà poi il risarcimento al proprietario dovesse avere ragione in giustizia. Purtroppo, questa soluzione non è quasi mai quella portata avanti dagli organi di competenza in collaborazione ad enti di tutela che potrebbero pilotare la vendita, selezionando persone che vogliano i cavalli veramente per salvarli, e non invece per farli finire al mattatoio.

In assenza di un aggiornamento dell'intera disciplina, per soluzioni sostenibili ed efficaci, rimane il fatto che il gap tra performance degli organi deputati a sanare i maltrattamenti e aspettative del pubblico è massimo in animali come i cavalli, che sono nel limbo tra quelli da affezione e quelli da macello.

Soluzioni alternative

Se un cavallo è maltrattato, la soluzione più rapida e dalla parte del cavallo è appropriarsene legalmente, ovvero farselo cedere gratuitamente o comperarlo. La soluzione legale è lunga, dagli esiti non scontati, e offre soluzioni di compromesso, ovvero giustizie a metà. Se non ci sono altre strade, la giustizia a metà è sempre meglio di nulla. 

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