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I cavalli dei palii e Darwin

Scritto da Paola Iotti

L'Italia è terra di palii, giostre, quintane, processioni in cui spesso il cavallo è protagonista.

Un animale che ama correre ed è nato per questo: la sua eleganza, potenza e bellezza costituiscono un fascino indiscusso.

Ma lui ama davvero correre e, soprattutto, si diverte?

In un articolo che trattava del Palio di Siena e delle proteste animaliste si sosteneva che, se gli equini potessero parlare, si sarebbero schierati contro coloro che chiedono l'abolizione del Palio dato che, per loro, correre è naturale e piacevole. A sostegno dell'ardita tesi, l'autore spiegava che, in caso contrario, il cavallo scosso si fermerebbe: se continua a galoppare lo fa perchè ama la competizione, come l'entusiasmo dei contradaioli che, in caso di vittoria, lo subissano di ringraziamenti e attenzioni. 

Insomma, il cavallo al Palio di Siena sarebbe felice e le normative ne tutelerebbero il benessere, così come nelle numerose località italiane in cui si svolgono manifestazioni simili e, se proprio gli animalisti vogliono fare qualcosa, dovrebbero incanalare la loro energia nei confronti di innumerevoli situazioni in cui gli animali subiscono maltrattamenti conclamati.

Ad esempio, la loro presenza sarebbe più utile nelle corse clandestine con cavalli dopati effettuate su strade asfaltate o in quelle che vedono i cani come protagonisti, nei combattimenti tra pitt-bull o tra galli.

I levrieri vengono barbaramente uccisi o fatti morire di stenti in paesi come Spagna, Irlanda, Gran Bretagna, Cina e Australia. In Spagna ci sono le corride, in India gli asini lavorano nelle miniere di carbone in condizioni deplorevoli, al pari dei loro conduttori. In America ci sono le fattorie che estraggono il sangue o raccolgono le urine dalle cavalle gravide. 

L'elenco sarebbe interminabile. 

Ci sono dunque eventi ben più gravi dei palii italiani: perchè prendersela con manifestazioni importanti come la Quintana di Foligno, il Palio di Siena, di Asti, di Pistoia o di Mercato Saraceno? Sono manifestazioni che affondano le radici nelle antiche tradizioni dei nostri borghi, di cui occorre mantenere la memoria e che non si possono dimenticare, appiattendo la nostra cultura.

Eliminare il Palio non cancella la sofferenza dei levrieri abbandonati o dei cani scuoiati vivi per la pelliccia o bolliti vivi per la carne in Cina, quindi sarebbe solo inutile ipocrisia. 

Ci sono tanti cavalli che soffrono anche nelle strutture autorizzate di corse di trotto e galoppo; ogni tanto un destriero muore o si ferisce anche nelle tradizionali gare di equitazione, come salto ostacoli, completo e dressage. Perchè gli animalisti non vanno prima lì?

Pochi giorni fa, un purosangue inglese dal nome Wind of Passion si è infortunato a una zampa durante la Giostra della Quintana a Foligno, riportando una lesione al nodello dell'arto anteriore: la zampa penzolava in maniera impressionante. Si trattava di una gara individuale e non di una corsa in gruppo come il Palio, ma l'epilogo è stato lo stesso: un cavallo è morto, forse per la gravità delle ferite, forse perché troppo complicato e costoso curarlo.

A Siena l'ultimo cavallo abbattuto è avvenuto nel 2015, una femmina di nome Periclea: il veterinario dichiarò che l'incidente era stato causato da una fatalità non preventivabile, dato che la cavalla era inciampata sugli arti posteriori del cavallo che la precedeva. Forse la voglia di correre e di vincere le aveva preso la mano o, meglio, la zampa! Dal 1970 a oggi sono stati almeno cinquanta i cavalli periti durante gare o prove al Palio di Siena. 

Ma le fatalità non sono prevedibili, si sa. Avvengono e non si può fare nulla.

Chi scrive un articolo e vuol far parlare un cavallo, sostenendo che questo sarebbe contrario alle proteste degli animalisti verso il Palio, dovrebbe però informarsi e conoscere un pochino meglio gli equini prima di esporre le opinioni in maniera così decisa.

Il cavallo corre semplicemente perchè in natura è un erbivoro predato e la fuga è sempre stata la sua salvezza. 

Chi correva più veloce non veniva mangiato, insegnava Charles Darwin. Necessità dunque, non piacere sarebbe la motivazione dell'istinto alla corsa.

Quando un branco di cavalli bruca al pascolo e uno di loro avverte un pericolo, reagisce scappando e gli altri lo seguono per istinto. Così come il rumore li spaventa perchè indice di minaccia: i quadrupedi fuggono cercando altrove un luogo più tranquillo.

I cavalli che corrono ad eventi palieschi sono eccitati spesso con sostanze proibite, circondati da un frastuono assordante che li spaventa, frustati e in un ambiente diverso da quello cui sono abituati a vedere. Il cavallo scosso continua a correre solo perchè l'istinto gli dice di fuggire e non certo perchè vuole tagliare per primo il traguardo. In natura chi arriva per primo si salva dal predatore che ghermisce l'ultimo del branco.

L'affetto dei contradaioli per il cavallo si può valutare considerando il trattamento riservato ai soggetti non più in grado di gareggiare per età o infortuni. Quanti di loro finiscono la carriera al prato, con una meritata pensione, e quanti prendono la strada delle corse di serie "B", clandestine o dei macelli?

Altra domanda che occorre porsi, per rispondere all'interrogativo iniziale se il cavallo ami davvero correre è: dove galoppa il cavallo al Palio di Siena? 

A piazza del Campo, su una pavimentazione dura in tufo, coperta da terriccio ma sempre pericolosa perchè dura e scivolosa, su un percorso che vede una curva a 95°, quella di San Martino, che mette a dura prova l'incolumità di destrieri e fantini.

Chi difende i palii mette in campo le antiche tradizioni culturali: in realtà un tempo chi correva queste gare non erano purosangue inglesi ma cavalli indigeni mezzosangue, come il Maremmano, dalla conformazione più robusta e dalla minore velocità, rendendo le manifestazioni meno pericolose ma anche meno spettacolari.

Il Ministero della Salute ha evoluto un'ordinanza, quella sulle manifestazioni popolari che impiegano equidi al di fuori dei circuiti sportivi, nel 2016, che vieta l'uso dei cavalli di razza purosangue inglese nei palii, ma chi li organizza non l'accetta e chiede deroghe o modifiche. 

Alla Quintana di Foligno si è usato un purosangue in virtù della deroga ottenuta per idoneità del percorso al tipo di evento, ma il rischio non è stato sanato, come ha dimostrato il decesso di Wind of Passion. 

Se, veramente, si vogliono mantenere le tradizioni, oltre ai costumi d'epoca, bisognerebbe riprendere l'usanza di usare i cavalli autoctoni, aiutando così la conservazione delle razze equine locali. Ma gli interessi sono evidentemente altri, legati al denaro e alle scommesse, come all'arroganza umana che spinge a trattare animali e uomini come oggetti da sfruttare, usare e gettare a proprio piacimento.

L'atmosfera che si respira in certe manifestazioni sportive ricorda la politica romana condensata nel motto "panem et circensem": la popolazione era allontanata dai problemi concreti con elargizioni di frumento a costo "politico" e spettacoli cruenti come le lotte tra gladiatori o tra animali e le corse con le bighe.

Per mantenere la tradizione di un paese si possono organizzare cortei storici, gare di sbandieratori, convegni ed eventi culturali che permettono di non perderne la memoria. 

Darwin insegna che il cavallo che corre più veloce sopravvive e trasmette i suoi geni migliorando la razza. L'uomo dovrebbe caratterizzarsi per l'intelligenza e quindi l'evoluzione portarlo a imparare dal passato, migliorando le tradizioni e sviluppando solo quelle proficue, abbandonando o modificando le altre.

E' inutile tirare in ballo le corse clandestine dei cavalli per giustificare le crudeltà di un palio: non si tratta di elencare una graduatoria di efferatezze giustificando quelle minori con l'esistenza di altre maggiori. Occorre cominciare a eliminarle iniziando da una qualunque. 

Per insegnare che certe pratiche creano sofferenza. 

Per far capire che quello che per noi è entusiasmo e allegria per altri può costituire paura e sofferenza.

Se invece si continua a chiedere e concedere deroghe, considerando alcuni soggetti inferiori e giustificandone il maltrattamento, si alimenta l'involuzione della specie umana. Abituarsi alle violenze, nel contesto storico in cui viviamo, è una caratteristica che secondo la teoria evoluzionista non meriterebbe la trasmissione alle generazioni successive. 

Il patrimonio culturale è una tradizione valida che merita di essere tramandata se  associata a valori. Uno di questi è il rispetto per la sacralità della vita. 

Finchè permettiamo che un cavallo possa morire per il divertimento di un gruppo di individui o, nel migliore dei casi, spaventarsi in mezzo a una bolgia infernale, acconsentiamo implicitamente che possano correre sulle strade asfaltate nelle gare clandestine, che cani e galli combattano fra loro o che i cani vengano bolliti e scuoiati vivi, perchè mostriamo un modello che viene considerato "normale". Quello dell'animale come soggetto da sfruttare.

Insegnare a rispettare l'altro è l'unica soluzione per evitare che i levrieri e gli animali negli allevamenti intensivi soffrano, che cani e gatti vengano abbandonati d'estate, come tutti gli altri infiniti casi di maltrattamento. 

Il rispetto è un sentimento univoco: solo se esiste per l'animale potrà sussistere anche per gli umani, senza deroghe per nessuno.

 

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