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Il gioco vale il cavallo? Tra uno scandalo e l'altro interrogativi sulla tutela e sulla giustizia

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I Giochi Olimpici del 2016, nell'ambito degli sport equestri, hanno messo in luce una serie di squalifiche per abuso di frusta o sperone. Inconvenienti inaccettabili per l'opinione pubblica sensibile alla tutela animale ma, nel mondo del cavallo, spesso niente di più di rinforzi negativi, considerati necessari per ottenere quello che si vuole dal cavallo.  Certamente, tali azioni sollecitano alcuni semplici mortali a chiedersi se e quando la competizione possa volgersi in abuso di cavalli e se la gloria sportiva giustifichi queste azioni su animali che si continua a insistere essere nobili, ma che poi finiscono regolarmente nel piatto alla pari degli umili maiali. 

Dunque, oggi nobiltà è una qualità che metti e togli, un articolo al consumo, connessa a una prestazione e finché si è in grado di farla, dopodiché si è tutti carne da macello, persone e animali, come dimostrano le storie di ex famosi, anche tra gli umani, finiti nel dimenticatoio, nella povertà e nell'emarginazione. 

In quanto a quale sia l'impiego più crudele per gli equini, tra gli sport attualmente l'endurance è quello che, a ragione o a torto, finisce più spesso sotto i riflettori, insieme ai palii, piuttosto che alle botticelle o alle corse di cavalli clandestine su asfalto. 

Gli scandali sul doping e su altre pratiche poco rispettose hanno scosso il mondo del cavallo nazionale e internazionale. Scandali che sembrano eclatanti finiscono spesso nel vuoto per la mancanza di riconoscimento del reato dal punto di vista giuridico. E non va meglio quando il reato si configura come apporto nutritivo insufficiente a garantire non tanto il benessere, quanto la vita. Ci sono stati casi emblematici di cavalli morenti di fame, dove il fatto non è stato riconosciuto come maltrattamento dalle autorità preposte, poiché vi erano interessi economici in gioco superiori per la comunità rispetto all'importanza del trattamento riservato ai cavalli. 

E' così che atleti e luoghi fautori di ipotetici abusi hanno potuto continuare bellamente la loro carriera per qualche tempo, senza effetti apparentemente negativi dati dagli scandali. Alcuni nomi in Italia sono stati sulla bocca di tutti per un ventennio, prima di provvedimenti disciplinari apparentemente risolutivi, per poi scoprire che nulla è cambiato e quelle persone sotto presta nome continuano a lavorare nel mondo del cavallo italiano. Come se nulla fosse. Altri casi hanno scosso solo più di recente i social, per cadere poi nell'insabbiamento perché così era economicamente più comodo per autorità ed enti preposti. E questo ci dà la misura del valore della vita dei cavalli in Italia. Nullo. Tutti sanno che sono animali che finiscono al macello e dunque il sentimento prevalente nelle autorità è che non valga la pena sconvolgere troppi interessi per animali che comunque sono segnati.

Ad esempio, quando il rollkur è stato riconosciuto come "ultima malvagità", sembrava che la vittoria fosse alle porte con il debellamento. E, invece, lo si vede ancora nei rettangoli di allenamento e sui campi gara, nell'indifferenza di organizzatori ed enti di promozione sportiva. Perché la norma di divieto fosse efficace, i praticanti dovevono essere istantaneamente e permanentemente eliminati. Oh, certo, sono state distribuite alcune azioni disciplinari dimostrative... ma così, a titolo "di averlo fatto", tanto per accontentare l'opinione pubblica.

La prova dei nostri occhi dice che la pratica è ancora diffusa, quindi la lista disciplinare è insufficiente a prevenire e a curare il reato.

Lo stesso dicasi per il doping e la lista delle sanzioni amministrate all'uopo che è pubblica, benché su sezioni di siti che in pochi stanno a guardare, ma non sortisce alcun effetto redimente nell'insieme, visto che le punizioni sono leggere e che gli atleti che peccano, tutto sommato, continuano ad andare avanti nelle loro carriere come se nulla fosse.  

La maggior parte dei mali connessi all'uso e abuso del cavallo presto passerà per i social, se chi di dovere non riesce ad autodisciplinarsi per rispetto e amore degli animali, di se stesso, degli altri, dello sport che pratica.

La sfiducia in enti ed istituzioni, che siano pubblici o privati, è un sentimento diffuso poiché a nulla valgono segnalazioni e denunce. Il sistema copre, insabbia, ignora, minimizza. Qualsiasi cosa pur di non assumersi responsabiltà di cambiamenti che potrebbero nuocere, evidemente costoro pensano, al profitto.

Si presumono due cose sui cavalli. Che amino correre e che amino fare felici gli umani. Quando mai? Se si osservano i cavalli in natura, non passano tutto il tempo a correre e a saltare, anzi, lo fanno solo quando sono a disagio perché c'è un predatore o altro pericolo. Inoltre, sembrano perfettamente felici senza gli umani a chiedere loro prestazioni.

Quale che sia la performance richiesta, il cavallo fa quello che fa come frutto di un allenamento e di un condizionamento talvolta duro. Può succedere che il condizionamento sia talmente intrusivo da rendere l'animale, così si dice in gergo, disequino, cioè alienato da se stesso e dalla propria natura istintuale.

Eppure, vai alle fiere equestri e odi non pochi fruitori di cavalli giustificare l'uso che fanno degli animali, tenendo conto unicamente delle proprie esigenze, arrivando a sostenere che questi andrebbero volontariamente al macello per farci un favore e non vederci soffrire al vedere il loro invecchiamento. La negazione può arrivare a dei livelli tali da lasciar pensare che l'altro soffra della "sindrome crepuscolare" ma, nel settore equino, la si chiama più banalmente ignoranza volontaria, cioè mentire sapendo di farlo, per ipocrisia. 

Va di moda giustificare tutto con un'inflazione del termine amore, asserendo che un cavallo che pratica agonismo o uno specifico lavoro, qualsiasi sia la disciplina, è più fortunato degli altri perché ottiene in cambio il meglio delle scuderie, delle cure veterinarie, dell'alimentazione etc...E' amato, riverito, etc... almeno finché vince o lavora. Quindi, ancora, la domanda è, come mai se il cavallo è così amato finisce spesso così male?  Perché, se il cavallo è così amato, gli interessi corporativi, specie quelli più meschini e legati al giro di soldi, finiscono per condizionare pesantamente tutte le scelte, anche in modo regressivo?

Quale futuro per gli sport legati al cavallo, in un mondo in cui vi è uno scandalo dietro l'altro e nessuna soluzione per sanare i problemi con riforme strutturali che vadano alla radice dei problemi? Queste una serie di domande, senza apparenti risposte, che innescano anzi nuovi quesiti. Nello specifico, parlando dalla parte del cavallo, non tanto se valga la pena la tutela, quanto se valga la pena il gioco.

Alle volte è meglio astenersi, da tante cose, incluso l'avere un cavallo e/o praticarci discipline specifiche, partecipare a un evento, un convegno, un dibattito. Ci sono assenze oggi nel mondo del cavallo che parlano più di tante presenze. 

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