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Sconfiggere l'ignoranza di comodo

Cavalli al bivio tra animali d'affezione e animali da consumo alimentare

Come mai tanti cavalli, terminata la loro utilità nell'impiego lavorativo o sportivo concludono la loro vita nei macelli, indipendentemente dal fatto che vi fossero destinati in anagrafe e dalla normativa, che li escluderebbe dalla macellazione se non allevati per essa?

Le ragioni risiedono nell'ignoranza volontaria di operatori e fruitori, che preferiscono chiudere un occhio sulla sparizione dei cavalli, quando questi hanno terminato la loro utilità come mezzi di sport o lavoro. 

Come risolvere questo problema? E' assai difficile anche affrontarlo.

Se i cavalli fossero tutti registrati per il macello il problema della tracciabilità non si porrebbe ma anche il fascino dell'equitazione verrebbe a meno. Un conto è voler andare a cavallo per hobby, altra cosa volersi mettere ad allevare animali per il macello e rispettare dunque tutte le regole per mettere sul mercato alimenti salubri. 

Quindi cosa succede generalmente? Chi ha il cavallo e non vuole preoccuparsi di tenere registri per allevatori di animali da carne, nonché subire controlli da parte di funzionari sanitari della filiera degli allevamenti a uso alimentare, nonché assumersi responsabilità sul destino ultimo, registra il cavallo come non macellabile... ma quando non vuole più mantenere quell'animale lo cede a chiunque altro sia disposto a mantenerlo, anche al commerciante di animali da carne, se non trova altri disposti a prenderlo.

Poiché questa cessione viene percepita dal sistema come affido incauto, un reato minore, il cedente, ancorché si scoprisse che il cavallo non fosse andato a buon fine, al massimo riceverebbe una sanzione per tracciabilità scorretta. Le autorità raramente si mettono a perseguire il reato di affido incauto, tanto più che la stessa anagrafe equidi prevede la modulistica per "cavallo disperso" e "cavallo ritrovato" per agevolare questo genere di "traffico in deroga". 

Cioè, per non ledere gli interessi economici dell'industria del cavallo per sport, svago e lavoro, si preferisce dall'alto esercitare una forma di tolleranza nei confronti della sparizione opportunistica degli animali alla fine del loro ciclo produttivo, anche se questo non va nella direzione della protezione dei consumatori di carni equine, che avrebbero diritto ad una maggiore tracciabilità e trasparenza dell'alimento che si mettono nel piatto. 

Da questo empasse si fatica ad uscire.

Se si proteggono i consumatori di carni equine, tanto vale rendere illegali gli impieghi equestri/ippici che richiedono la somministrazione di farmaci vietati per uso alimentare. 

Se si proteggono i fruitori equestri/ippici, si è costretti a introdurre la reversibiità dell'etichetta non macellabile (deliberando sui tempi di sospensione, provvedimento già preso in paesi extra europei, ma che pone non poche difficoltà per il benessere dei cavalli durante il periodo di limbo), o si tollera la mancanza di tracciabilità dei cavalli come fattore endemico, danno colletarale, dell'industria equestre/ippica. 

L'opzione più conservatrice, costringere le persone a tenersi il cavallo non registrato per uso alimentare fino alla fine dei suoi giorni, appare legalmente quanto mai difficile. Legittimare l'eutanasia opportunistica, benché già fatto in tanti paesi anglosassoni, appare arduo in Italia per l'opposizione dei cattolici. 

Quindi il sistema continuerà a trincerarsi dietro l'ignoranza di comodo, se non altro per non assumersi alcun tipo di responsabilità, visto che nessun provvedimento accontenterebbe tutti e manca la forza della politica di imporre riforme, ancorché impopolari, strutturali e improntate a una serie di misure di coerenza e responsabilità. 

Di fatto, non si sconfiggerà mai il problema della macellazione abusiva del cavallo se non si obbligano i proprietari a una maggiore COERENZA con il destino ultimo.

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Riproduzione riservata citando la fonte. 

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