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Il titolo di quest’articolo è tratto da una citazione di Alejandro Jodorowsky.

Un uccello è una creatura nata per essere libera, ma se è privata sin dalla nascita della sua libertà, non riuscirà mai a realizzare la sua vocazione. È come se gli tagliassero le ali e, con esse, una delle sue caratteristiche principali: la possibilità di volare.

Anche un cavallo, nella coscienza collettiva, è metafora di libertà, ma se quella libertà non l'ha mai avuta, non riuscirà a trasmetterla. Vivere in un box, in una gabbia, o in una vasca d'acquario, non permette di avere la prospettiva di autonomia. Così quegli animali si accontenteranno di quello che hanno, si sentiranno sicuri circoscritti, non si daranno il permesso, per la paura, di esplorare altri ambiti, e vivranno una vita di costrizione.

Per molte persone è una condizione esistenziale. Sia per gli umani, che per gli animali non umani, tutto questo non sarebbe così negativo se fosse una scelta consapevole: ma quasi mai lo è.

Da questo punto di vista, è interessante notare come molti animali esotici in cattività non si riproducano affinché la schiavitù non sia il destino della loro prole. E' questa ad esempio la difficoltà di far riprodurre animali con capacità cognitiva elevata negli zoo e negli acquari, tendono a divenire sterili, perché nella loro coscienza sanno che la loro condizione di vita è contronatura.

L'uccello che rimane in gabbia anche quando la porta è aperta

La teorica femminista Marilyn Frye, utilizza una gabbia per uccelli metaforica per concettualizzare sistemi interconnessi di oppressione. Esaminare solo un filo della gabbia, non importa quanto da vicino, rende impossibile capire perché l'uccello non vola semplicemente fuori. Invece, scrive, devi "smettere di guardare i fili uno per uno, al microscopio, e avere una visione macroscopica dell'intera gabbia". I fili di oppressione mentale acquisita sono ciò che intrappolano l'uccello anche quando la fessura della porta di uscita è aperta.

Per molte donne, la scelta di non fare figli oggi giorno per dedicarsi alla tutela dell'ambiente e degli animali, è interpretata da studiosi del gender come la scelta dell'usignolo di non procreare in gabbia.

Il movimento di liberazione eco femminista

Ci sono forti interconnessioni tra il dominio eteropatriarcale e il dominio sugli animali non umani. La promessa della liberazione animale e la preoccupazione ecologica emergono ogni qual volta si esaminano le istanze del femminismo contemporaneo.

La gamma attuale di prospettive femministe include una critica generale all'uso strumentale/coloniale dell'ambiente per l'arricchimento e il potere degli uomini, che continua ad asservire donne, ambiente e animali a iper vantaggio di un unico sesso/specie. 

La  giustizia alimentare, la politica della terra e l'etica del mangiare animali interrogano sull’esistenza di una profonda connessione fra lo sfruttamento dell'ambiente e la subordinazione e l’oppressione delle donne, che subiscono lo stesso dominio patriarcale e capitalista.

Comune denominatore nella riflessione su questo tema è il collegamento tra le violenze agite sulle donne (di ogni cultura) e quelle sugli animali, e come le une portino alle altre e viceversa, rafforzandole. Di qui l'impegno del mondo femminista a liberare gli animali, perché le donne possano imparare a essere libere.

L’ecofemminismo apre la strada alla possibilità di creare un modello di società più giusto, equilibrato e realmente democratico, dove ogni creatura vivente abbia ciò di cui necessità per vivere una vita dignitosa. Di qui l'importanza di diffonderlo per favorire il cambiamento sociale e politico nella direzione di una maggiore giustizia a beneficio dei più anziché dei pochi.

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