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Tra gli anni Settanta e oggi la popolazione dell’anguilla europea è diminuita del 99% e non per eccesso di consumo alimentare, bensì per colpa dell' inquinamento.

Le cause della decimazione delle anguille negli ultimi decenni sono legate a:

  • l’inquinamento da agenti chimici (che crea problemi agli organi sessuali dell’animale),
  • l’inquinamento da cocaina nei fiumi (che danneggia il cervello e crea problemi di locomozione all’animale),
  • la diffusione eccessiva di specie come le nutrie e i pesci siluri (che si cibano di anguille),
  • le turbine degli impianti idroelettrici, che possono mutilare, ferire o uccidere le anguille, e ad altre barriere artificiali che bloccano la migrazione della anguille.

L'inquinamento da cocaina nei fiumi europei

Questo problema è stato messo in evidenza anche da uno studio coordinato da Anna Capaldo dell’Università Federico II di Napoli, pubblicato il 4 giugno 2018 sulla rivista Science of the Total Environment, che racconta i risultati di un esperimento nel quale le anguille sono state poste in vasche con una concentrazione di cocaina analoga a quella riscontrata nei tratti urbani di alcuni fiumi (per esempio il Tamigi). Dopo alcuni giorni di permanenza nelle vasche, le anguille hanno subito cambiamenti ormonali e gravi danni a cervello, muscoli e pelle, e anche dopo dieci giorni di “riabilitazione” in vasche senza cocaina i problemi sono rimasti. L’eccessiva concentrazione di cocaina nei fiumi crea dunque seri problemi di locomozione alle anguille, mettendo ulteriormente a rischio la sopravvivenza della specie, perché le anguille nascono nel mar dei Sargassi, migrano verso le coste europee, risalgono in fiumi e laghi, poi ritornano al Mar dei Sargassi dove si riproducono prima di morire, per cui hanno un ciclo vitale che è impossibile compiere se ci sono problemi muscolari e difficoltà di movimento. Non è stata invece dimostrata per il momento nessuna correlazione tra i danni che l’inquinamento da cocaina arreca alle anguille e possibili conseguenze per gli uomini che mangiano anguille. A questo proposito la coordinatrice dello studio Anna Capaldo ha dichiarato all’Ansa: “abbiamo visto che c’è una certa bioaccumulazione nel muscolo, che è la parte che mangiamo. Non sappiamo però cosa succede quando l’animale muore, e l’effetto che ha la cottura. Anche qui servono altre ricerche“.

Il massacro causato dalle turbine elettriche

Questo è un massacro che interessa tutti i pesci migratori. Anguille morte, mutilate o ferite sosno state trovate nel Reno: una tragedia che si ripete ogni anno quando i pesci, migrando, rimangono vittime delle turbine delle centrali idroelettriche, solo nel Reno ce ne sono 21 di queste centrali.

A testimoniare questo problema è stata soprattutto l'organizzazione ambientalista Aquaviva, che si batte per il "diritto di passaggio incolume" di questi pesci.

Dal 2011 è entrata in vigore la legge riveduta sulla protezione delle acque che impone tra l'altro ai proprietari d'impianti idroelettrici di rimuovere entro il 2030 gli ostacoli che intralciano in maniera significativa la migrazione dei pesci. Gli ultimi dati dell'Ufficio federale dell'ambiente (UFAM) del 2018 mostrano che finora solo l'1,7% degli impianti da rinnovare è stato risanato, precisa l'organizzazione.

Il problema delle centrali idroelettriche tocca tutti i pesci migratori, ma le anguille - dato il loro lungo corpo - sono particolarmente a rischio quando nuotano attraverso le turbine e non hanno altri percorsi da fare, quindi sono costrette a rischiare la viva per concludere il loro ciclo migratorio. Inoltre, sono minacciate di estinzione e questo fa sì che il fenomeno non possa essere sottostimato o taciuto.

Le anguille migrano soprattutto dall'acqua dolce all'acqua salata durante i mesi invernali. Nel corso del loro viaggio devono passare attraverso diverse centrali idroelettriche. Per la migrazione dei pesci, a differenza delle piccole centrali, nelle grandi centrali non vi sono ancora soluzioni.

Il progetto Lifeel

Per salvare le anguille è partito ora, nel 2021, il progetto Lifeel, che ha lo scopo di dare “sostegno al patrimonio di biodiversità del bacino del Fiume Po attraverso la conservazione dell’anguilla europea (Anguilla anguilla), una delle specie più emblematiche per il bacino del fiume Po e per tutta Europa”, e che verrà portato avanti a breve anche in Grecia (sul fiume Nesto).

Il progetto intende innanzitutto realizzare un piano di deframmentazione fluviale, creando corridoi ecologici che consentano all’anguilla di migrare in sicurezza sia in risalita che in discesa. In secondo luogo – oltre al rilascio annuale di anguille argentine, selezionate come “più promettenti” riproduttori – il progetto Lifeel intende realizzare un ampio programma di riproduzione e allevamento delle anguille in cattività, progetto già in fase di avviamento da dieci anni presso il Centro di Ricerca Universitario di Bologna – dipartimento di acquacultura che ha sede in Cesenatico. In passato, storicamente, i tentativi di allevare anguille non sono mai andati a buon fine, ma gli ottimi risultati registrati di recente a Cesenatico, dove sono stati liberati in mare migliaia di esemplari giovani pochi giorni fa, fanno ben sperare e consentono di guardare con ottimismo al futuro dell’anguilla europea.

Il progetto Lifeel, per salvare le anguille, è stato già finanziato, ad aprile 2021, con 5,5 milioni di euro, il 57% dei quali stanziati dall’Unione Europea, e il resto erogati da enti e fondazioni.

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