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(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

Dalla collaborazione tra Accredia e i Ministeri della Salute e delle Politiche Agricole è nato recentemente uno schema base di produzione di carattere nazionale per rafforzare la sostenibilità ambientale, economica e sociale delle produzioni di origine animale.

Un percorso che deve essere guidato e sostenuto definendo specifici Manuali di Buone Pratiche e di corretta gestione degli animali in allevamento e attivando un adeguato pacchetto di misure.  E che può essere attuato utilizzando in maniera coordinata gli strumenti disponibili e quelli che saranno messi a disposizione dalla Politica Agricola Comune e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che pongono al centro dell’attenzione il miglioramento della sostenibilità dei vari processi produttivi.

Con il DL 34/2020, convertito con modificazioni dalla Legge 77/2020, è stato definito uno schema base di produzione di carattere nazionale, con l'obiettivo di un recupero di competitività della fase allevatoriale, di migliorare la sostenibilità dei processi produttivi, e promuovere maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori.

Da questo percorso è nato il “Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale – SQNBA” presentato nel febbraio scorso ai rappresentanti della società civile, delle Regioni, delle imprese e degli organismi di certificazione. L’iniziativa è promossa dai Ministeri della Salute e delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e Accredia, che stanno completando la definizione delle modalità applicative del SQNBA introdotto dalla norma, attraverso un decreto interministeriale che stabilirà le regole generali per l’ottenimento della certificazione dell’allevamento e l’ambito di attività degli organismi di certificazione.

L'etichettatura sarà volontaria, non obbligatoria, ma gli incentivi saranno disponibili solo per quelle aziende interessate al processo di certificazione.

Le critiche animaliste

Purtroppo, secondo la quasi totalità delle associazioni animaliste interessate al benessere animale in allevamento, il sistema che gli enti preposti starebbero costruendo avrebbe un evidente problema di trasparenza nel processo di scrittura degli standard che sono in attesa di essere approvati con decreto interministeriale.

Un obiettivo fortemente voluto anche dal Consiglio dell’Unione europea che, ribadendo che il benessere degli animali è una questione che riveste grande importanza per i cittadini europei, ha chiesto alla Commissione europea che, nell’introdurre a livello UE un marchio relativo al benessere animale, si tenga conto del loro intero ciclo di vita.

Il progetto nazionale invece avrebbe evidenziato elementi che destano fortissima preoccupazione, non permettendo scelte consapevoli al consumatore.

In particolare, questo avrebbe diritto di sapere se, nel claim di benessere animale che sarà stampato sulla confezione, ci potranno essere animali allevati in gabbia, o che abbiano subito trattamenti dolorosi come le menomazioni che di solito sono riservate agli animali che vivono in allevamenti intensivi o in gabbia. Il consumatore avrebbe diritto di sapere se l'animale ha sempre accesso all'esterno o se è sottoposto all'arbitrio degli allevatori, se è allevato con erba o con mangimi, se subisce o meno stabulazione fissa, se la castrazione o qualsiasi altro intervento di menomazione è fatto con metodo indolore o al risparmio.

Il processo di etichettazione proposto dal Mipaaf e Minsal con Accredia, invece, sembrerebbe più orientato a migliorare la qualità del prodotto, in termini di salute per i consumatori, permettendo all’operatore di individuare le aree di miglioramento della propria strategia aziendale e le misure più efficaci da adottare per ridurre il livello di rischio del proprio allevamento per la salute umana, più che per il benessere degli animali.

Ancora una volta, gli animali sarebbero considerati il sottoprodotto ponendo il focus unicamente sui risvolti per la salute dei consumatori.

Ad esempio, per la certificazione dei suini al coperto, l’unica presentata, non sono state considerate le scrofe e i suinetti e questo implica che la carne di suino etichettata con il claim “benessere animale” potrà derivare da scrofe allevate in gabbia, e da suinetti che hanno subito la limatura dei denti, un’operazione molto dolorosa. Si tradirebbe così il proposito dichiarato di inserire il metodo di allevamento in etichetta, perché i consumatori non potranno neanche sapere se i prodotti acquistati con il logo benessere animale arrivano da scrofe allevate in gabbia oppure no.

Il rischio insomma è di presentare delle belle confezioni, con una classica operazione di greenwashing (abbellimento), il cui reale obiettivo è l' accesso ai fondi europei per operazioni più di maquillage che di sostanza sul benessere animale. La mira sarebbe quella di accedere ai soldi dei cittadini derivanti dalla Politica Agricola Comune e dal Next Generation EU, con una certificazione del tutto inutile ad orientare almeno quei consumatori che amano veramente gli animali, e che si aspettano che, se sull'etichetta se c'è scritto "benessere animale", significa che quell'animale ha vissuto una vita per lo più naturale con risparmio di tutte le sofferenze gratuite e non che quell'animale ha fatto meno antibiotici di altri o è stato alimentato con cibo meno chimico rispetto ad altri.

C'è una sostanziale differenza tra la ricerca di maggiore salute per gli esseri umani che consumano prodotti animali e la ricerca di maggiore benessere per gli animali coinvolti nella filiera alimentare, benché tutti e due gli obiettivi siano fondamentali, per rispetto alla verità, non dovrebbero essere usate etichette ingannevoli. L'etichetta, dunque, secondo la maggioranza delle associazioni animaliste interessate, deve dettagliare l'intero ciclo di vita dell'animale, e non solo come venga alimentato o a quali farmaci sia sottoposto. Altrimenti, anziché chiamarla etichetta di "benessere animale", meglio scrivere "più salute nel piatto".

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