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(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

Reggio Calabria. L’inchiesta Eracle ha svelato un clan di finti buttafuori che si occupavano di "proteggere" la movida a Reggio. All’interno dei lidi “gestiti” dalla cosca era permesso far girare stupefacenti. Scoperto anche un giro di corse clandestine di cavalli. 

Il primo grado

I pm Sara Amerio e Walter Ignazzitto al termine della requisitoria al processo abbreviato Eracle, hanno chiesto la condanna di 28 imputati relati al Clan Condello.

Il processo “Eracle” con il rito abbreviato davanti al gup Filippo Aragona si è concluso con un verdetto pesante: venticinque condanne (con pene pesanti anche fino a 20 anni) e una sola assoluzione.

PERSONE CONDANNATE in primo grado: Andrea Morelli, Antonino Marino, Attilio Buontempone, Basilio Cutrupi, Bruno Antonio Crucitti, Bruno Magazzù, Carmine Surace, Cosimo Morelli, Domenico Nucera, Egidio Morabito, Enrico Barcella, Fabio Caccamo, Fabio Minutoli, Fabio Morelli, Fabio Puglisi, Francesco Barbaro, Francesco Condello, Francesco Eneide, Francesco Ferrante, Giovanni Magazzù, Giuseppe Pecora, Michele Panetta, Mino Berlingeri, Mustafà, Paolo Cosoleto, Salvatore Falduto

In pratica il clan imponeva la protezione sui locali della movida cittadina, garantendosi anche un canale esclusivo per lo spaccio di droga ai giovani. Attività che i rampolli del clan Condello alternavano alle corse clandestine dei cavalli e alle altrettanto clandestine scommesse sulle gare.

Soldi e cavalli

Le corse clandestine dei cavalli. Ducumentato un ricovero per equini che gli inquirenti individuano nella disponibilità della cosca famiglia per conto della quale la “scuderia” effettuava ripetutamente corse clandestine sulla strada a scorrimento veloce Gallico-Gambarie. Gli imputati poi, avrebbero anche impartito, senza alcuno scrupolo, disposizioni sui farmaci, alcuni riservati ad uso umano esclusivo, da somministrare ai cavalli per migliorarne le prestazioni compromettendo la loro salute. Anche se per questi episodi la Procura non ha contestato l’aggravante mafiosa per il gup siamo «quasi nel campo della tradizione della ‘ndrangheta, che non disdegna di operare in un settore che anima la passione di una parte della popolazione, ma che finisce col divenire esso stesso strumento di arricchimento». Il tutto maltrattando gli animali costretti a correre sull’asfalto, compromettendo l’uso degli zoccoli, e dopati fino all’inverosimile affinché le loro prestazioni fossero le più redditizie possibile. «Poverini, i cavalli li frustate», diceva una donna intercettata. Ma questa era solo una delle tante violenze che gli animali erano costretti a subire da presunti mercenari senza anima. Gli imputati poi, si improvvisavano anche chirurghi «e si adoperavano ad effettuare interventi manuali sugli equini» pur non avendo alcun titolo o conoscenza veterinaria. Le gare clandestine si tenevano all’alba la domenica mattina sulla Gallico-Gambarie; anche in questo caso ad incastrarli sono stati i video registrati in diretta dalle forze dell’ordine.

Il secondo grado

Ventuno condanne e sei assoluzioni. La Corte d'Appello ha inflitto complessivamente 142 anni di reclusione alla pattuglia delle giovani leve della 'ndrangheta che avevano agguantato la gestione “mafiosa” del servizio di buttafuori negli stabilimenti balneari nelle serate della movida estiva; avevano conquistato un filone del traffico di sostanze stupefacenti e nelle scommesse sportive illegali, curavano l’organizzazione delle corse clandestine di cavalli che hanno avuto come “campo di gara” l’asfalto del primo tratto della strada a scorrimento veloce “Gallico-Gambarie”. Le pene più pesanti sono andate ai fratelli Cosimo ed Andrea Morelli (rispettivamente 15 anni 7 mesi e 10 giorni e 14 anni di reclusione) a conferma della costante, e spesso impetuosa, scalata nelle dinamiche delle cosche cittadina della cosiddetta gang dei rom. Secondo la tesi della Direzione distrettuale antimafia, che ha già superato due gradi di giudizio, in particolare nel quartiere Arghillà, roccaforte della comunità nomade cittadina, esercitavano un «penetrante controllo del territorio presidiandolo con uomini armati».

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