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(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

La 'ndrangheta calabrese ha un significativo interesse nelle competizioni clandestine di cavalli.

E' quanto emerge nell’operazione “Helianthus”, che rivela la vitalità della ‘ndrina legata al Clan Labate in questo settore, per nulla disincentivata dalle condanne comminate nel procedimento “Gebbione” di qualche anno fa.

I Labate e i loro sodali, infatti, hanno continuato ad allevare cavalli da corsa e ad organizzare corse clandestine. Coltivare questa passione consentiva ai “Ti mangiu” , soprannome del Clan, di condividere un interesse comune ad altre ‘ndrine del mandamento di Reggio Calabria (come la cosca Condello, che ha risposto a giudizio di corse clandestine nel procedimento giudiziario denominato “Eracle”), nonché con mafia e camorra, anch'esse con l'hobby dei cavalli da corsa e connesse corse clandestine di cavalli.

Allevare e organizzare corse clandestine accresce il prestigio criminale dei Clan di stampo mafioso che ostentano persino sui profili social la disponibilità di cavalli per le corse. Non è un caso dunque che il linguaggio criminale sia costellato da termini ippici ed equestri. Approfondisci qui sul gergo equestre della malavita italiana.

Grazie a un'operazione della Polizia di Stato e della Dda di Reggio Calabria, è emerso questo racket che svela gli affari illeciti della cosca Labate anche in scommesse online, slot ed estorsioni.

L'operazione, si legge in un comunicato stampa della Polizia del 29 gennaio 2020 è "finalizzata all’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare - 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari - emesse nei confronti di capi, luogotenenti ed affiliati alla temibile cosca Labate intesa 'Ti Mangiu' di Reggio Calabria, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa e diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta".

Per quanto riguarda i cavalli, le conversazione captate dagli inquirenti nell’abitazione di Antonino Labate forniscono precisi riferimenti in ordine al costante interesse mostrato dal sodalizio criminale dei Labate per i cavalli, sia in relazione allo sfruttamento economico derivante dall’organizzazione delle corse clandestine e del relativo business delle scommesse illegali, sia in relazione al prestigio derivante dal possesso di purosangue di razza, utilizzati anche come simbolo di riconoscenza nei rapporti tra esponenti di diverse consorterie mafiose. Come nel caso del cavallo di razza araba che Maurizio Cortese, esponente della cosca Serraino, aveva regalato a Nino Labate che, mostrando riconoscimento per il prestigioso dono ricevuto, aveva scritto una lettera allo stesso Cortese, allora detenuto, riferendogli che avrebbe tenuto il cavallo fino al giorno della sua scarcerazione. Intercettato mentre parla con il nipote Paolo, Nino Labate affermava: “Ho un arabo numero uno… non esiste uno uguale. Le sette bellezze Paolo, le sette bellezze…” Il dono, in realtà – come sottolineano gli inquirenti – era una sorta di pegno dell’alleanza tra i Labate e i serraino, che avrebbe dovuto perpetuarsi durante la carcerazione di Cortese.

Sono emersi, nelle intercettazioni, plurimi riferimenti da parte di Nino Labate per l’acquisto di cavalli di razza e da parte di Paolo Labate (cl. 1984, figlio di Antonino) per l’avvio delle scommesse clandestine.

Gli inquirenti annotano una conversazione dell’agosto del 2013 tra Paolo Labate e Antonio Galante:

Labate P.:… da questa settimana in poi ci organizziamo, e se dobbiamo uscire con i cavalli vediamo di cominciare a guadagnare qualche lira, almeno ci rimediamo qualche corsa… qualche cosa… rimediamo qualche duemila euro… […] Galante A.: e dove la devi fare?... Labate P.: da tutte le parti… abbiamo fenomeni… abbiamo cavalli fenomeni… abbiamo…abbiamo i cavalli più forti… (..) più forti… e siamo come gli storti… i cavalli… le persone corrono con i brocchi, gli asini… in pista stesso ce li giochiamo… inc… andiamo e ce li giochiamo… può fare pure …inc… ci vediamo… la mattina alle otto alla pista di Bagnara… ci affittiamo la pista e corriamo là…".

Della serie, siamo molto lontani da poter sconfiggere in Italia il fenomeno delle corse clandestine dei cavalli da corsa, così connaturate nell'identità culturale dei clan di stampo mafioso.

Aggiornamento 1° Ottobre 2020

La Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione conferma la custodia cautelare in carcere di un esponente di spicco della cosca ndragnhetista dei Labate, al centro dell’operazione Helianthus di gennaio scorso. Secondo gli inquirenti l’uomo avrebbe gestito per conto del clan diversi business tra cui quello delle scommesse e degli apparecchi da intrattenimento. L’indagato, nel ricorso, ha cercato di smantellare questa ricostruzione, ha ad esempio citato alcune intercettazioni telefoniche in cui diceva di “non essere a conoscenza delle regole di distribuzione dei proventi” delle scommesse, tanto che alla fine aveva deciso di “incassare personalmente le somme di denaro, ritenendole di propria pertinenza, senza destinarle alla consorteria”. La Cassazione non ha tuttavia preso in esame questa ricostruzione, visto che punta a attribuire “un significato diverso, rispetto a quello dei giudici del riesame, alle conversazioni intercettate poste a fondamento della provvista indiziaria”. E questo tipo di censure non sono consentite nel caso del ricorso per Cassazione.

L’operazione Helianthus – che ha condotto all’arresto di 14 persone – ha smascherato un vasto giro di estorsioni perpetrate ai danni degli imprenditori reggini. Inoltre ha consentito di fare luce sugli interessi dei Labate nei settori delle scommesse online, slot illegali e corse clandestine di cavalli.

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