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Nessun animale ha intrecciato con l’uomo, nel corso dei millenni, un rapporto complesso, dinamico e ricco di potenzialità, conflitti e nuove valenze come il cavallo: da preda preistorica, ha saputo creare con il suo predatore un patto di intesa e di collaborazione, fondato sullo spirito di cooperazione insito nella sua natura di animale sociale di branco e reso possibile grazie alle sue straordinarie capacità di comunicazione empatica non verbale.

Attraverso tali doti il cavallo, nella comunicazione interspecifica con l’uomo, non solo apprende, codifica e coglie anche i più lievi comandi del cavaliere, ma capta – spesso anche al di là dell’intenzione consapevole di quest’ultimo – gli stati d’animo, la motivazione e le emozioni profonde del suo compagno umano, trasformandosi così in una sorta di “termometro emozionale”, in grado di registrare le minime variazioni della psiche umana e di metterle in evidenza con il suo comportamento.
Il cavallo può diventare così, per l’uomo pronto ad accogliere con umiltà e consapevolezza i suoi insegnamenti, un amplificatore emozionale di quest’ultimo, una “cartina al tornasole” dei suoi vissuti profondi, delle sue dinamiche inconsce, dei suoi conflitti e delle sue parti meno risolte, offrendogli la possibilità di incontrare e di guarire le parti di sé meno conosciute e sviluppate.
Questo può comportare – e purtroppo molto frequentemente comporta – difficoltà e resistenze da parte del partner umano della relazione che, confrontandosi con emozioni soverchianti (una fra tutte, la paura: alzi la mano chi, in sella, non l’ha mai provata…) può reagire con modalità opposte: da una parte la “resa”, finendo “in balia” del cavallo, dall’altra (e questo accomuna purtroppo anche molti che si definiscono cavalieri) la manifestazione di un ipercontrollo reattivo sull’animale, dove l’aggressività umana, frustrata e invidiosa della potenza dell’animale, si sfoga in impulsi sadici di dominio e sottomissione forzata, fino a giungere al tragico epilogo della morte del cavallo.
La “terza via”, rappresentata dal dialogo e dallo scambio costruttivo tra i due partner della relazione, si fonda sulla ricerca di un equilibrio, dinamico e in continua revisione e trasformazione, tra le parti razionali ed emotive, intellettuali e istintuali, consce e incosce, in un sottile filo comunicativo dove l’uomo guida, ma ascoltando, assecondando, interpretando, cedendo e richiamando il cavallo, consapevole che senza entrambi i poli non può esservi né unità né armonia nel binomio.
Questo cammino può essere intrapreso se l’uomo riconosce al cavallo uno status ontologico proprio, lo accetta come “altro da sé” (e non mera protesi narcisistica a compenso di più o meno illusorie carenze di potenza, di affetti o quant’altro), ne individua caratteristiche, peculiarità e bisogni fisici e psicologici, che lo rendono controparte attiva e partecipe del rapporto, che può realizzarsi pienamente solo nel momento in cui entrambi i partner “si vengono incontro”.
Ecco che la relazione uomo/cavallo diventa una “danza” a due, che sollecita e richiede continui riequilibri e riparazioni, invita alla perenne ricerca di un terreno comune, nel tentativo costante di sintonizzazione emotiva e intellettiva del binomio. Non per niente, tra gli addetti ai lavori si dice che “il patto tra cavallo e cavaliere si rinnova ogni giorno”.
Ed è proprio in questo dialogo quotidiano che l’uomo, costretto a fare i conti con “specchio/cavallo” che gli rimanda le parti più scomode di sé, attraverso lo scambio con lui può riparare, pacificare e prendersi cura delle sue parti più conflittuali e sofferenti.
Questa straordinaria capacità taumaturgica del cavallo deriva dalle sue eccezionali doti empatiche, selezionate attraverso i millenni per renderlo un animale sociale sempre più sofisticato, che pensa e si comporta “in branco”, avvertendo gli stati d’animo dei compagni e sintonizzandosi su di loro, poiché il branco è concepito come un tutt’uno e la massima protezione ed efficacia si ottengono se ci si muove tutti insieme e “nessuno resta indietro”.

E in questo momento, in cui l’intero settore ippico ed equestre versa in una profonda crisi economica e gestionale legata alle misure sanitarie restrittive per il contenimento del COV19, questi animali meravigliosi possono offrirci un ulteriore stimolo di riflessione e di apprendimento: se riusciamo a pensarci come “branco”, a comprendere le esigenze e le preoccupazioni gli uni degli altri, a cercare una linea di condotta comune con lo scopo di salvaguardare un settore già drammaticamente provato dagli eventi, a far sentire la nostra voce unita e forte alle istituzioni, cercando di contemperare le richieste e i bisogni di tutti i rappresentanti del mondo equestre (insomma…consentitemelo, se ci comporteremo come i cavalli e non come i “capponi del Manzoni”), allora potremo offrire al mondo e agli animali che amiamo una concreta chance di sopravvivenza e di rilancio.

Le norme sono tanto più recepite e perseguite responsabilmente, quanto più sono condivise e percepite come razionali e sostenibili. Ciascuno di noi, se si sente ascoltato e accolto, per quanto è possibile, con tutte le cautele e con tutti i compromessi necessari, nel bisogno di salvaguardare il rapporto unico con il suo cavallo, diventa a sua volta il custode responsabile della salvaguardia dell’altro, delle sue necessità e bisogni, per quanto differenti dai suoi, ma non più avvertiti come incompatibili e conflittuali. Nel rispetto della diversità dell’altro, perché, come diceva il grande statista W. Churchill, “non esiste al mondo segreto più grande di quello tra un cavallo e il suo cavaliere”.

Dott. Stefania Motta
Psicologa psicoterapeuta

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