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Quando si parla di benessere di cavallo, o di etologia, il riferimento principe è sempre quello del cavallo in libertà, perché l'uomo può solo alterare o squilibrare la natura di un cavallo.

I cavalli in natura sono animali sociali che vivono in gruppo. Non si allontanano mai da soli a meno che non siano estradiati dal branco, non siano malati o vicini alla morte. Esistono due tipi di comunità di cavalli in natura, il branco matriarcale organizzato intorno alla femmina dominante, le altre femmine, i puledri fino all'età di 3 anni e lo stallone alpha, che ha funzioni di protezione e riproduzione; il branco satellite degli scapoli, costituito da tutti i maschi adulti estromessi dal branco principale, tra i quali si formano i futuri "leader", in attesa della loro occasione per divenire riproduttori, per catturare una femmina che fuoriesce dal branco perché espulsa, o di sostituire lo stallone alpha oramai invecchiato, malato o infortunato. Nella comunità equina, le espulsioni sono necessarie per evitare troppa consanguineità, oltre che per mantenere l'armonia e la coesione. Il branco di cavalli è quasi sempre una piccola comunità.

Come in tutte le specie sociali, nel branco di cavalli ciascuno ha il suo ruolo, e questo permette non solo la miglior convivenza sociale possibile, ma anche la migliore difesa e possibilità di sopravvivenza. Non si tratta di un equilibrio statico, bensì dinamico. I cavalli amano mettersi in discussione l'un l'altro in giochi per lo più ritualizzati, che quasi mai arrivano a uno scontro che si spinge fino a ledere l'uno l'incolumità dell'altro. Il soggetto tra i due più debole ad un certo punto si allontana e la diatriba finisce così come era iniziata, con la pace ristabilita. La socialità dinamica è il loro modo per stabilire chi fa che cosa, l'ordine gerarchico e la meritocrazia. Ne discende che il cavallo non riconosce "un padrone" solo perché questo è tale per il diritto civile umano. Segue, volontariamente, solo un leader carismatico, non uno autoritario. Può essere piegato con la forza, ma allora si deve parlare di maltrattamento e siamo completamente fuori dall'amore e rispetto per i cavalli, e si entra nel mondo grigio degli umani che piegano cavalli per il denaro o la vanità.

Perché un cavallo sia felice, occorre dargli modo di soddisfare le sue esigenze naturali, la socialità dinamica e relativamente libera, una alimentazione lenta e protratta.

Il branco di cavalli selvatici occupa circa il 75% del suo tempo a mangiare e a ricercare pascoli di buona qualità, mantenendo uno stato di allerta continua per darsi alla fuga precipitosa in caso di pericolo. I cavalli sono infatti prede e la loro migliore difesa è la fuga, galoppano per scappare. Impiegano circa 16 ore al giorno a mangiare, ingerendo grandi quantitativi di erba e percorrendo molti kilometri in una giornata, spostandosi lentamente ma in modo costante, alla ricerca di essenze erbose.

Se questa è la natura del cavallo, si capisce che qualsiasi contenimento eccessivo, isolamento, costituisce una violazione delle esigenze primarie del cavallo: una violenza emotiva che si fa all'animale e che pone le basi per comportamenti di stress o l'insorgere di malattie psicofisiche.

Nel rubare al cavallo la sua libertà occorrerebbe sempre tenere presente l'obbligo di meccanismi di restituzione. La libertà, infatti, non è presa a prestito come l'industria equestre ama salmodiare. Un prestito è sempre un debito, e impone dunque una merce di scambio di eguale valore. Quale sarebbe, se poi il cavallo non viene mantenuto rispettando i suoi diritti fondamentali, etologici, specie specifici, in cambio dell'aver rinunciato per sempre alla sua libertà? 

Per non violentare la natura intima di un cavallo ci sono aspetti fondamentali di gestione da non sbagliare. Lo svezzamento e la doma sono tra le variabili più critiche. Separare precocemente un puledro dalla madre e metterlo in totale isolamento per giorni è maltrattamento, benché le norme umane non lo riconoscano come tale attualmente. Una doma violenta, basata su punizioni, è altrettanto incomprensibile al cavallo, perché in natura il maschio e la femmina alpha dirigono il branco con l'autorevolezza, non con l'autorità. Comandano in base a una meritocrazia di sostanza e non in base al puro uso della forza.

Inoltre,  il cavallo scuderizzato è costretto a consumare il suo pasto in 2 o 3 ore. Nel resto del tempo, a meno che non sia costretto a qualche disciplina, è recluso in 4 pareti che altro non sono che una prigione.

Se ben ci pensiamo, anche gli umani, quando sono in punizione, vengono chiusi in stanze del carcere che sono più o meno della stessa metratura del box cavallo, con pasti a orari comandati e l'ora d'aria prestabilita con possibilità di esercizio fisico in spazi e modi stabiliti da altri. Non è di certo una condizione di benessere, ma una punizione per dei reati, nel caso del cavallo, non commessi.

Quale reato avrebbe commesso il cavallo per meritare il carcere a vita? Molti cavalli ecessivamente scuderizzati sviluppano stereotipie, che altro non sono che manifestazioni esteriori di disagio emotivo profondo. 

Il concetto di benessere, oggi come oggi, è ricondotto, per qualsiasi creatura vivente, a uno stato fisico e mentale. Ogni tentativo di valutarlo deve quindi prendere in considerazione non solo l'assenza di malattie diagnosticabili, ma tutta una serie di parametri, sintetizzati dagli scienziati nelle 5 libertà fondamentali da riconoscere a ogni creatura senziente:

  • libertà dalla sete, fame e malnutrizione, 
  • disponibilità di un riparo appropriato e confortevole,  
  • prevenzione, diagnosi e rapido trattamento delle lesioni e delle patologie,  
  • libertà di attuare modelli comportamentali specie-specifici,
  • libertà dalla paura e dallo stress.

I cavalli possono diventare anche molto fobici, aggressivi e pericolosi, perdendo di valore economico fino a perdere la vita (eutanasia o macellazione), quando i loro bisogni fondamentali non sono soddisfatti per colpa della persona che ha rubato al cavallo la sua libertà per imporgli uno stile di vita etologicamente scorretto, mettendo a repentaglio il benessere psicofisico dell'animale. Da ciò si ricava che l’equilibrio bioetico con il cavallo è fortemente condizionato dall'opportunismo umano.

Normative obsolete, tese unicamente a proteggere le lobby economiche intorno all'industria del cavallo, che non tengono conto dei bisogni primari dei cavalli, scaricano sugli animali la responsabilità di stereotipie e malattie da stress psicofisico.

In alcuni paesi del mondo, la normativa ha preso atto della necessità di rispettare i cavalli per quello che sono, imponendo il graduale superamento dell'eccesso di scuderizzazione per l'accesso alla terra e al libero sgambamento come diritto fondamentale del cavallo.

In Italia, non ci siamo ancora arrivati, per via del fatto che la maggior parte delle strutture che detengono cavalli non sono pronte al cambiamento e le autorità non hanno il coraggio di spingere ad un progresso di sostanza per il benessere dei cavalli, per via del danno economico che colpirebbe quegli allevatori incapaci di intraprendere il cammino del cambiamento da soli, gradualmente, senza bisogno dell'out-out legislativo.

La responsabilità del rispetto delle 5 libertà diventa allora un fattore di volontarietà del proprietario che, se ama il suo cavallo, sceglie la gestione relativamente migliore che non è, nella maniera più assoluta, quella della scuderizzazione in isolamento, della doma coercitiva, della costrizione imposta al cavallo di soli movimenti di lavoro o sport, e dell'assenza assoluta di socialità con conspecifici o affini. 

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