Il 5 per mille a Horse Angels odv, una firma che non costa nulla

Horse Angels si sta specializzando in tutela di animali e ambiente in Tribunale.

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(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

Innanzitutto, i cavalli nati liberi, si definiscono selvatici o selvaggi? Sembra una domanda banale, ma ne discendono conseguenze per la tutela dei nati liberi. Quando la fauna rientra nei "selvatici" nella maggior parte dei paesi occidentali gode di particolari tutele che non hanno invece gli animali esotici, non indigeni, non nativi o semplicemente reinselvatichiti che possono danneggiare l'ecosistema e dove le politiche possono tendere all'eradicazione sostanziale, piuttosto che al contenimento anche con metodi brutali del numero.  Secondo le ultime evidenze scientifiche, il genere Equus, che comprende i cavalli moderni, zebre e asini, è l'unico genere sopravvissuto in una famiglia una volta eterogenea di cavalli che ha incluso 27 sotto-specie equine e che potrebbe essersi generata circa 3,4-3,9 milioni di anni fa. A seguito dell'emigrazione originale, di diverse estinzini avvenute in Nord America, con l'aggiunta di migrazioni verso l'Asia (presumibilmente attraverso il ponte di Bering Land) e poi delle migrazioni di ritorno verso il Nord America, nel corso del tempo, oggi gli equini vivono ovunque tranne che ai poli, essendo in grado di adattarsi a una molteplicità di ambienti e impieghi.

La prova del DNA suggerisce però fortemente che tutti i grandi e piccoli esemplari di equidi viventi oggi appartengano alla stessa specie, una megafauna dalla forte dispersione e complessa speciazione (Link di approfondimento). Il fatto che i cavalli siano stati addomesticati potrebbe importare poco dal punto di vista biologico. Essi sono la stessa specie che ha avuto origine dallo stesso ceppo e l'addomesticamento ha alterato poco la biologia. Questo è particolarmente osservabile nel fenomeno definito reinselvatichimento, dove cavalli abbandonati in spazi liberi ritornano ad antichi modelli comportamentali. Il riemergere dei comportamenti primitivi, simili a quelle delle zebre di pianura, indica la superficialità dell'addomesticamento nei cavalli. La questione della feralizzazione e l'uso della parola "selvatico" sarebbero costrutti umani che hanno poco significato biologico tranne nel comportamento transitorio cui spesso sono costretti gli animali, in qualche modo, per sopravvivere in un mondo dove quelli che non sono fonte di reddito per gli umani finiscono per essere classificati come in esubero e in quanto tali sacrificabili.

Un esempio sotto gli occhi di tutti di questa radice selvaggia permanente nei cavalli è dato dall' Equus Przewalskii (il cavallo selvaggio della Mongolia) scomparso un centinaio di anni fa e sopravvissuto da allora negli zoo. Il contenimento a scopo conservativo in uno zoo non è domesticazione nel senso classico, ma potrebbe essere definita schiavitù, con custodi che forniscono cibo e veterinari che forniscono assistenza sanitaria, al di là dello scopo più o meno nobile messo a giustificazione. Poi sono stati rilasciati nel corso del 1990 e ora ripopolano la loro terra nativa in Mongolia. Sono una specie autoctona reintrodotta o no? E qual è la differenza tra loro e il cavallo comune, fatta eccezione per il periodo di tempo e il grado di prigionia? 

Oggi si distingue in molte razze, ma non in molte specie. Un cavallo è un cavallo e potrà sempre tornare alle sue radici se liberato sano con dei suoi simili su un terreno sufficientemente vasto da consentire la vita in libertà e la riproduzione.

Le varie denominazioni cui sono soggetti i branchi di cavalli bradi tradiscono esclusivamente la volontà dei gestori del suolo pubblico di mantenere vivo il conflitto tra i cavalli (selvatici) senza valore economico (per legge) e il valore economico del bestiame commerciale, a favore di quest'ultimo che può essere sfruttato a impiego umano per latte e carne.

La sfida, allora, per la tutela dei selvatici e farne apprezzare il valore da altri punti di vista e indicare un percorso di valori condivisi per il quale questi animali, baluardi di libertà, possano essere percepiti come socialmente utili e il loro numero tenuto sotto controllo attraverso metodologie il più possibile non invasive, meno aggressive e sostenibili che li risparmino dalla cattura per abbattimento, per impiego sportivo o per la commercializzazione a carne.

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