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La cultura dello scarto permea equitazione ed ippica e produce la morte assistita dell'equino (macellazione/eutanasia) prima della fine naturale dello stesso.

La maggioranza dei proprietari non tiene il cavallo a vita, non importa se si tratta di un ippico, di un equestre, di un cavaliere, di un'amazzone, di un diportista, di un fantino, di un cavallaro o di un vetturino.

Non c'è impiego del cavallo in cui l'animale si salvi dalla cultura dello scarto quando non serve più per attività ludico, ricreative, terapeutiche, sportive o di lavoro.

Dato su cui riflettere per razionalizzare le opzioni di fine vita e per lavorare su minimificare la cultura dello scarto, ampliando la formazione su salute, benessere, competenza di gestione e sconfiggendo l'ignoranza che porta al mal-uso dei cavalli, che comporta per essi entrare nell'imbuto della morte assistita (macellazione/eutanasia) prima della fine naturale.

Cavalli scartati prematuramente:

  • vecchi
  • infortunati
  • non conformi agli standard
  • sdomi
  • incapaci di rispondere alle aspettative
  • malati
  • brutti
  • "cattivi" (considerati non collaborativi a sufficienza per il lavoro loro richiesto)

Questo modello di produttività nel mondo del cavallo che scarta chi non serve avviandolo alla morte assistita, nega l'amore vero per il cavallo, visto più come strumento, che come individuo dotato di diritti in proprio.

Per coloro che tenderebbero a sottostimare il problema, perché riguarderebbe solo i cavalli, "bestiame", va messa enfasi sul fatto che il modello relazionale, lungi da creare vittime solo animali, si ripercuote potenzialmente nelle relazioni tra persone nel mondo del cavallo e va a costruire la demografia sociale ed economica in esso, con riflessi sulla sostenibilità etica. Non dobbiamo dunque stupirci se il mondo del cavallo sia diventato nel tempo rifugio di malavitosi, spacciatori, pedofili, anarchici. Dove non c'è rispetto per la vita, non c'è rispetto neppure per le regole.

La comunità del cavallo è costruita per somiglianze, quello che accade ai cavalli in "surplus", accade regolarmente anche alle persone valutate "scomode" o "inferiori" rispetto al sistema: le persone vengono giudicate in base al portafoglio, a come appaiano, a ciò che indossano, a quanto possono permettersi di spendere, attribuendo ad esse un valore puramente materiale come merce di scambio che finisce per creare un sistema cinico di relazioni umane: siamo tutti carne da macello nel mondo del cavallo. Basti pensare a quei groom o stallieri che vivono in container o box cavalli, privati dei più elementari diritti sindacali, trattati alla stregua di schiavi, sbeffeggiati e bullizzati dai frequentatori di maneggi. Oppure alle giovani vittime di abusi sessuali in maneggio. A chi deve prestare il corpo per avanzare di grado in equitazione, o ai numerosi scandali di doping equino ed umano.

Certo, ci sono anche persone per bene e casi di generosità, di umanità intra umana e di amore sincero per il cavallo come individuo. Ma non si fa abbastanza, ancora, per compensare la cultura dello scarto nell'insieme.

Nell'agonismo con i cavalli, dove i soldi sono la panacea universale per avanzare, posto per la pietà per i cavalli non c'è. Gli onori dispensati sono parecchi, a fronte di pochi oneri di restituzione e di pochi meccanismi sociali compensativi per l'equità sociale e il recupero, riabilitazione di ciò che è stato scartato.

Il continuo accento sulla riabilitazione equestre per disabili, lodevole, non appare una misura sufficiente per l'equità nel mondo del cavallo, perché è una devoluzione, ancora, il cui obiettivo è il benessere umano, non animale. L'ippoterapia "salva" umani non salva cavalli ed è spesso sovvra citata come sistema compensativo per tutti "i mali" del mondo del cavallo, quando chiaramente non lo è. Tanto è che persino l'ippoterapia scarta il cavallo quando non è più funzionale all'impiego, nella maggior parte dei centri abilitati.

Ci dovrebbero essere meccanismi compensativi contro la cultura dello scarto che danneggia l'esistenza di cavalli e di persone.

In particolare, un programma di equità dovrebbe includere:

  • programmi strutturali di riabilitazione e di ricollocamento di cavalli infortunati o a fine carriera sportiva per recuperare gli "scarti",
  • sistemi di sostegno alla meritocrazia che premino atleti umani qualitativi ma privi delle risorse economiche necessarie per avanzare,
  • una giustizia più indipendente e più efficace a sanare l'illecito sportivo e l'abuso di persone e di cavalli,
  • sistemi di premiazione per i comportamenti corretti ed etici, al di là di quel risultato contabilizzato in modo esclusivamente materiale.

Per questo servono le associazioni di tutela dei cavalli, ma anche dell'etica e della legalità nel mondo del cavallo, perché ciò che è stato scartato non passi nel dimenticatoio, ma interpelli le coscienze, mettendo in discussione modi di pensare ed agire, criteri, priorità e scelte di azione e di investimento nella comunità di riferimento.

 Il cavallo e il suo destino presentano una duplice chiave di lettura perché traducono i valori su cui si basa la società:

  • Laddove i più deboli sono calpestati senza pietà perché conta solo vincere non ci si può aspettare una visione integrale del mondo del cavallo che esprima bellezza, equilibrio, valore, dignità e rispetto.
  • Laddove i programmi sono incentrati sulla fratellanza persona/cavallo, la crescita spirituale e, naturalmente, l'equitazione, ma come strumento per il benessere di persona e cavallo, allora il valore sociale è più elevato.

Visto che non è possibile eliminare la prima visione, si può solo tentare di rafforzare a compensazione la seconda, vediamo come:

  • Occorre difendere per principio, contro la cultura dello scarto facile, che i cavalli debbano poter contare su dei limiti al loro sfruttamento e dei diritti inviolabili, dalla nascita alla morte, con investimenti strutturali sul ricollocamento dei soggetti non macellabili.
  • Occorre la difesa contestuale della legalità negli sport equestri, perché vittime non sono solo i cavalli, loro sono la punta dell'iceberg di un sottobosco di sfruttamento, con extracomunitari sottopagati e spesso maltrattati cui sono affidati i compiti più umili che i connazionali, soprattutto a fronte di un emulamento a dir poco modesto, poco più del vitto e alloggio, non sono più disposti a portare avanti.
  • Occorre la difesa dei minorenni sia dai comportamenti aberranti di abuso, ma anche dall'agonismo precoce e forzato che produce potenzialmente danni fisici e psicologici, oltre che cultura dello scarto e bullismo.
  • Occorre rafforzare i meccanismi di mobilità sociale premiando la meritocrazia perchè le cariche, le medaglie, i conseguimenti, siano ottenuti per capacità e competenze reali, e non per pinguetudine del portafoglio, amicizia o parentela con tizio o caio, disponibilità alla sudditanza sessuale e altri illeciti vari.
  • Occorre rafforzare la giustizia sportiva e renderla più indipendente possibile.

A questo scopo è necessaria un'opera di sensibilizzazione e di formazione, oltreché di costante vigilanza, affinchè chi ha il compito di regolamentare, e anche di distribuire le risorse pubbliche disponibili, agisca coerentemente e operi con onestà intellettuale a favore di una giustizia equina che rifletta una visione della comunità del cavallo più simpatetica e compassionevole nei confronti dell'animale soggetto e non oggetto.

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