In una ricerca di Lynda Birke, Joanna Hockenhull ed Emma Creightonb, Università di Chester, pubblicata su Society and Animals, si mette in evidenza come il benessere equino sia spesso frutto di interpretazione da parte degli umani che gestiscono l'animale e come "mantenere il cavallo felice" sia parte della relazione, dove per le modalità i proprietari si affidano alle comunità sociali di pari. 

Lo studio è sato condotto su 1850 persone in Uk che impiegano gli equini solo per l'equitazione ricreativa; lo studio si basava su un'analisi qualitativa (discorso) dei commenti scritti fatti da persone che hanno cavalli, concentrandosi su come si prendono cura di loro e su come descrivono il comportamento degli stessi. Questi commenti hanno fatto seguito alla partecipazione a un sondaggio online che indagava sulle pratiche di gestione. Le risposte si sono concentrate attorno a due temi significativi: il primo era incentrato sui metodi di cura dei propri animali e sulla dipendenza di tale cura da influenze esterne come i contesti sociali umani. Il secondo tema è incentrato sulle “storie di vita” che le persone costruivano per i propri cavalli, solitamente per spiegare aspetti del comportamento dell’animale; in particolare, molti hanno parlato in termini di una narrazione di salvataggio e hanno visto la vita dei loro cavalli come molto migliore ora rispetto alla situazione di vita precedente (immaginata) dell’animale. Le ricercatrici dello studio sostengono che le decisioni sul benessere equino vengono prese all’interno di comunità sociali specifiche, che creano consenso attorno a idee particolari su ciò che è buono per i cavalli (o altri animali). Garantire il benessere degli animali significa tenere conto di queste comunità e dei loro saperi.

L'età media degli intervistati era di 33 anni e il 97% erano donne, riflettendo la notevole preponderanza delle donne tra i proprietari di cavalli da diporto. Gli animali dello studio erano così rappresentati: il 59% erano cavalle, il 40% castroni e l'1% stalloni.

Intanto, imparare a leggere e prevedere il comportamento dell'altro in una relazione tra persona e animale da compagnia è cruciale per la percezione di benessere da parte di entrambi gli attori nella relazione.

Nel corso del tempo, sia umani che non umani possono imparare a capirsi e a produrre significato all’interno della relazione. Per chi possiede il cavallo come animale da compagnia, l'esperienza con il cane è determinante per arrivare a certe conclusioni sul rapporto, anche se solo recentemente il cavallo è interessato dalla narrativa di animale familiare, allorché sempre più proprietari vedono in lui il compagno di una vita, e non solo il mezzo per fare uno sport.

Un' intervistata lo spiegava così: “Quando si possiede un cavallo è necessaria un'associazione di interessi. Tutte le abitudini, buone e cattive, sono simili a quelle connesse al possedere un cane. Prenditi cura di loro: loro si prenderanno cura di te!"

Se una relazione si sviluppa bene, la comunicazione tra gli attori sarà sempre più prevedibile, perché aumenta la capacità empatica di prendersi cura l'uno dell'altro.

Ma se non prospera, se le cose vanno male, l'animale potrebbe diventare resistente, mentre l'umano potrebbe cercare ragioni per abbandonarlo, con conseguenze potenzialmente nefaste specialmente sul destino di quest'ultimo.

Ma se i proprietari ritengono che stanno facendo del loro meglio, nonostante il cavallo manifesti comportamenti indesiderati, allora può prevalere la tendenza a cercare la spiegazione di tali comportamenti nel passato dell'animale.

Questa è una sorta di gestione della colpa analoga a quella impiegata dai lavoratori dei rifugi per animali da compagnia riguardo alle adozioni fallite.

I commenti degli intervistati indicano la preoccupazione di fornire una buona assistenza ai loro animali, per pensare ai bisogni del cavallo. Ciò a sua volta contribuisce alla retorica di salvataggio e redenzione, e al sottostante autogiudizio di valore morale. Nel creare queste narrazioni, i proprietari riconoscono l’importanza della capacità di comprendere come si comportano i cavalli e riconoscere che i cavalli possono sbagliare in determinate situazioni,
ma con l'implicazione che gli animali possano essere salvati da un loro presunto passato di abusi, per avere una vita migliore.

Ciò che queste risposte sottolineano, tuttavia, è il significato che l'essere umano dà ai social network, all’interno dei quali si creano – o non si creano – consensi su come prendersi cura al meglio degli animali. I social network contano nella narrazione delle esperienze di cultura equestre e contano anche in termini di come le persone possano cercare di dare un senso alla storia e al comportamento del proprio equino. Ma i cavalli non sono solo destinatari di cure, sono anche gli agenti di queste reti sociali, benché inconsapevoli di tutto il movimento attorno a loro.

La narrazione della relazione con il cavallo si svolge attraverso immagini e parole che lo ritraggono nel suo ambiente. Il benessere può essere compromesso dalla difficoltà di cambiare l'ambiente in cui si svolge la narrazione del cavallo.

Molti intervistati hanno utilizzato lo spazio per parlare non tanto delle pratiche di gestione in quanto tali, ma delle simpatie e antipatie del loro particolare cavallo. Il box aperto sembrava dare agli intervistati libero sfogo nell’esprimere ciò che consideravano importante per il benessere del loro animale. Il tema di come i cavalli trascorrono il proprio tempo libero, è quello che emerge di più nelle narrazioni, insieme a quello di come i proprietari si relazionano all'animale e cercano di capirlo.

In fatto di benessere, i miglioramenti principali descritti sono conseguentemente il frutto del cambio di gestione, ad esempio dando al cavallo maggiore libertà di azione autonoma, o il frutto del cambiamento della mentalità in chi li gestisce, che cerca per loro il massimo comfort e capacità espressiva. 

Per costruire una relazione felice persona-cavallo non bastano solo due persone. I cavalli vivono infatti in ambienti sociali spesso complessi, dove il proprietario su alcune questioni non ha la libertà di scelta. Se il cavallo infatti vive in un maneggio, dove non ci sono molti paddock a disposizione, non può raccontare la sua esperienza di una gestione di non scuderizzazione intensiva.

Intanto, un dato certo è che nei paesi più sviluppati, i cavalli sono passati dall'essere principalmente animali da lavoro allo status di animali impiegati per lo più per il tempo libero, da sport e/o da compagnia.

In rapporto con il cane, sempre più percepito come parte integrante della famiglia, il cavallo si trova in una posizione un pò più arretrata ma limitrofa, specialmente per quelle persone che se lo possono godere a casa propria.

Sembra proprio la preoccupazione a comprendere il punto di vista dell’animale che motiva molti appassionati per i metodi naturali di equitazione, che, credono, offrono i mezzi migliori per “imparare a parlare con il cavallo” senza necessitare di coercizione.

In alcuni ambienti ci può essere ancora ritardo o resistenza al cambiamento nella cura e percezione dei cavalli che deriva da considerarli ancora sotto forma utilitaristica (il cavallo come mezzo e non come fine).

Come le persone imparano a “raccontare la storia del cavallo” e come arrivano a capire cosa fa bene agli animali, è un aspetto significativo del cambio culturale attraverso i processi sociali di sensibilizzazione.

Tratto da:
Lynda Birke, Jo Hockenhull, Emma Creighton, The Horse's Tale: Narratives of Caring for/about Horses, Society and Animals 2010, DOI:10.1163/156853010X524307

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