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A cavallo verso il sacro: pellegrini, cavalli, asini e muli sulle antiche vie d’Europa

Quando pensiamo a un pellegrinaggio medievale, l'immagine che viene spontanea è quella di una persona a piedi, con una bisaccia, un bastone e una conchiglia.

Ma il pellegrinaggio non si è mai mosso soltanto a piedi.

Per raggiungere i grandi luoghi della cristianità medievale si viaggiava in molti modi: a piedi, a cavallo, per mare e utilizzando diversi animali da trasporto.

Il cavallo, l'asino e il mulo facevano quindi parte della storia materiale del pellegrinaggio tanto quanto le strade, i ponti, gli ospizi e gli ospedali.

E due delle grandi vie europee, il Cammino di Santiago di Compostela e la Via Francigena, permettono di osservare molto bene questo rapporto.

Santiago: non tutti i pellegrini camminavano

Il culto di san Giacomo a Compostela si sviluppò dopo la scoperta della tomba attribuita all'apostolo, tradizionalmente collocata all'inizio del IX secolo. Nei secoli successivi Santiago divenne uno dei principali luoghi di pellegrinaggio dell'Europa cristiana.

Tra XI e XIII secolo il pellegrinaggio raggiunse una particolare intensità.

Dalla Francia, dall'Italia, dall'Europa centrale e orientale, dall'Inghilterra, dalla Germania e persino dall'Islanda arrivavano persone dirette a Compostela.

E non arrivavano tutte nello stesso modo.

Le fonti ufficiali del Cammino ricordano esplicitamente pellegrini arrivati a piedi, a cavallo e per mare. Una rete di ospedali e strutture di accoglienza si sviluppò lungo le vie per rispondere alle necessità di una popolazione di viaggiatori sempre più numerosa.

Questo significa che il cavallo non era un'anomalia rispetto al pellegrinaggio.

Era una delle modalità con cui il pellegrinaggio veniva effettivamente compiuto.

Il pellegrino a cavallo

Il concetto di pellegrino povero, scalzo e necessariamente penitente appartiene soprattutto alla rappresentazione ideale del viaggio.

La realtà medievale era molto più varia.

Una ricerca sul pellegrinaggio medievale osserva che il viaggio in carrozza, su un carro o a cavallo era spesso preferito dalle persone che disponevano di maggiori risorse. Anche il celebre Codex Calixtinus, attraverso la sua Guida del pellegrino, lascia intravedere un viaggiatore che conosce e utilizza il cavallo.

La distinzione sociale era quindi visibile anche nel modo di percorrere la strada.

Chi aveva disponibilità economiche poteva viaggiare con un animale.

Chi non le aveva poteva essere costretto a percorrere l'intero itinerario a piedi.

Il pellegrinaggio era spirituale, ma non per questo smetteva di essere un viaggio fisico, con tutti i problemi materiali che comportava.

Il Codex Calixtinus: una guida di viaggio medievale

Uno dei documenti più affascinanti è il Codex Calixtinus, compilato a Santiago nel XII secolo.

È costituito da cinque libri che raccolgono testi liturgici, tradizioni, miracoli e informazioni sul pellegrinaggio.

Il quinto libro è particolarmente importante perché descrive gli itinerari francesi e spagnoli verso Compostela e costituisce una delle prime guide del Cammino.

Non è soltanto un testo religioso.

È anche una fotografia della complessità del viaggio medievale.

Perché una persona che percorre centinaia di chilometri deve sapere dove dormire, dove trovare acqua e cibo, quali territori attraversare e quali pericoli aspettarsi.

E quando si viaggia con un animale, la logistica diventa ancora più complessa.

Acqua, cibo e animali

Il viaggio medievale era pieno di rischi che oggi tendiamo a dimenticare.

Il Codex Calixtinus contiene perfino indicazioni sulle acque che potevano essere pericolose lungo il percorso. Una testimonianza riportata nella letteratura sul pellegrinaggio racconta che alcune acque considerate nocive potevano provocare problemi non soltanto alle persone ma anche agli animali: in un episodio, dopo aver abbeverato i cavalli, due di essi morirono.

Il dettaglio è importante perché mostra quanto la sopravvivenza dell'animale fosse parte integrante della riuscita del viaggio.

Un cavallo non era semplicemente “il mezzo” sul quale il pellegrino avanzava.

Aveva bisogno di acqua, alimentazione, riposo e condizioni adeguate.

E se l'animale veniva meno, il viaggio cambiava radicalmente.

La Via Francigena

Un'altra grande arteria del pellegrinaggio europeo era la Via Francigena, il sistema di itinerari che collegava le regioni dell'Europa occidentale con Roma e, attraverso le sue diramazioni, con altri importanti luoghi di culto.

Una delle testimonianze più preziose è il diario dell'arcivescovo Sigerico di Canterbury, che nel 990-994 circa percorse il tragitto di ritorno da Roma verso Canterbury.

La documentazione relativa al percorso mostra quanto queste strade fossero frequentate non soltanto da pellegrini, ma anche da mercanti e altri viaggiatori.

In un punto particolarmente significativo, presso l'antico attraversamento del Po tra Corte Sant'Andrea e Calendasco, la memoria del viaggio di Sigerico descrive un luogo affollato di pellegrini, animali, merci e persone impegnate nell'attraversamento del fiume.

È un'immagine molto diversa da quella del pellegrino isolato.

La Via era un sistema di movimento.

Persone, animali, merci e informazioni attraversavano gli stessi territori.

Cavalli, asini e muli

Quando si parla di viaggi a lunga distanza nel passato, tendiamo a concentrarci sul cavallo.

Ma il cavallo non era l'unico equide importante.

Asini e muli erano fondamentali per il trasporto di carichi e materiali.

Il mulo, in particolare, combinava alcune caratteristiche che lo rendevano estremamente adatto a terreni difficili e percorsi montani.

In un pellegrinaggio poteva quindi esserci una differenza fondamentale fra l'animale utilizzato per la cavalcatura e quello utilizzato per il trasporto.

Non tutti gli equidi erano lì per portare una persona sulla propria schiena.

Alcuni portavano il bagaglio.

Altri potevano essere utilizzati per il trasporto delle provviste.

Altri ancora potevano appartenere a commercianti, strutture di servizio o comunità locali incontrate lungo il percorso.

Il pellegrinaggio era quindi anche un fenomeno economico e logistico.

Gli ospedali del Cammino

La stessa parola “ospedale”, nel Medioevo, aveva un significato molto più ampio di quello contemporaneo.

Gli ospedali dei pellegrini erano luoghi di accoglienza, riposo e assistenza.

Lungo il Cammino di Santiago furono fondate numerose strutture da sovrani, nobili, istituzioni religiose e comunità locali. Il loro scopo era rispondere alle necessità spirituali, materiali e sanitarie delle persone in viaggio.

Il sistema di ospitalità era così importante che il Codex Calixtinus dedica attenzione ai grandi ospedali situati lungo le vie verso Compostela.

Ma possiamo immaginare che, laddove arrivavano persone accompagnate da animali, anche la disponibilità di spazi, acqua e strutture per gli equidi fosse una questione pratica fondamentale.

Il pellegrinaggio aveva bisogno di infrastrutture.

E una parte di quelle infrastrutture doveva necessariamente tenere conto degli animali che accompagnavano i viaggiatori.

Il viaggio non era senza conseguenze

La storia dei pellegrinaggi ci ricorda anche una cosa meno romantica.

Viaggiare per centinaia di chilometri nel Medioevo era fisicamente impegnativo.

Per le persone e per gli animali.

Terreni accidentati, attraversamenti fluviali, caldo, freddo, malattie, scarsità d'acqua e disponibilità variabile di cibo rendevano il viaggio un'impresa complessa.

Le fonti mediche sui pellegrini medievali mostrano quanto frequentemente le persone si ammalassero lungo le vie verso Santiago.

Se il benessere del pellegrino dipendeva dalla qualità delle strutture di accoglienza, quello degli equidi dipendeva dalla possibilità di ricevere acqua, alimento, riposo e cure.

La spiritualità non eliminava la biologia.

E oggi?

Il pellegrinaggio a cavallo non è scomparso.

Anzi, alcuni cammini contemporanei continuano a essere percorsi a cavallo.

Ma la dimensione è molto diversa da quella medievale.

Nel 2024, secondo i dati dell'Association Européenne des Chemins de la Via Francigena, furono registrati sette pellegrini che percorsero parti della Via Francigena a cavallo, contro uno nel 2023.

Il dato è piccolo, ma interessante.

Dimostra che l'equide continua a essere presente nella cultura contemporanea del pellegrinaggio.

E proprio perché oggi disponiamo di conoscenze molto maggiori sulla fisiologia, sul comportamento e sulle esigenze degli animali, la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“È possibile percorrere il cammino a cavallo?”

Dovremmo chiederci anche:

“A quali condizioni è corretto farlo?”

Un pellegrinaggio non è una sospensione delle regole

Un itinerario spirituale non rende automaticamente etico qualsiasi modo di percorrerlo.

La lunghezza delle tappe, la temperatura, il terreno, la pendenza, il peso trasportato, la disponibilità di acqua, i tempi di riposo e le condizioni fisiche dell'animale sono elementi che devono essere considerati.

Il fatto che un cavallo possa percorrere una determinata distanza non significa che debba necessariamente farlo.

Il fatto che un asino possa trasportare un carico non significa che qualsiasi carico sia accettabile.

Il fatto che una tradizione sia antica non significa che ogni sua pratica debba essere conservata immutata.

La tradizione può spiegare da dove veniamo.

Non può, da sola, stabilire che cosa sia giusto fare oggi.

Dalla strada medievale alla responsabilità contemporanea

Forse è proprio questo il modo più interessante di guardare ai pellegrinaggi a cavallo.

Non come una cartolina romantica del passato.

E nemmeno come una condanna delle pratiche antiche attraverso criteri moderni applicati senza contesto.

Piuttosto come un'occasione per osservare quanto profondamente gli equidi abbiano partecipato alla storia della mobilità umana.

Cavalli, asini e muli hanno attraversato montagne, pianure, fiumi e confini insieme alle persone.

Hanno contribuito al trasporto, alla comunicazione e alla possibilità stessa di affrontare viaggi che, per chi camminava, potevano durare settimane o mesi.

Oggi possiamo percorrere quelle stesse strade con mezzi completamente diversi.

Possiamo anche scegliere di percorrerle ancora con un equide.

Ma se lo facciamo, la domanda culturale dovrebbe diventare anche una domanda etica:

non soltanto dove vogliamo arrivare, ma in quali condizioni chiediamo a un altro animale di arrivarci con noi.

Perché un pellegrinaggio è, per definizione, un viaggio.

E ogni viaggio racconta qualcosa di chi lo compie.

Anche del modo in cui tratta chi non ha scelto la destinazione.

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