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Charles Bukowski e i cavalli: l'ippodromo come metafora della vita

Quando si pensa a Charles Bukowski (1920-1994) vengono subito in mente l'alcol, i bar di periferia, i lavori precari e i personaggi ai margini della società.

C'è però un'altra grande passione che attraversa tutta la sua opera: le corse dei cavalli.

Per oltre quarant'anni Bukowski frequentò gli ippodromi della California quasi quotidianamente. Non era un esperto di allevamento né un uomo di cavalli nel senso equestre del termine. Era un osservatore della natura umana, e negli ippodromi trovò uno dei luoghi migliori dove raccontarla.


L'ippodromo come laboratorio dell'umanità

Per Bukowski le corse non erano soltanto gioco d'azzardo.

Erano un osservatorio privilegiato sulla speranza, sull'avidità, sull'illusione e sulla sconfitta.

Tra le tribune convivevano ricchi e poveri, professionisti e disperati, pensionati, operai, giocatori compulsivi e sognatori.

Quel microcosmo sarebbe diventato materiale letterario per racconti, poesie e romanzi.


L'ossessione per l'handicap

Bukowski era affascinato dalle corse ad handicap, nelle quali ai cavalli migliori viene assegnato un peso maggiore per rendere la competizione più equilibrata.

In questa regola vedeva una metafora della società: nessuno parte davvero nelle stesse condizioni e ogni gara è un tentativo di riequilibrare le differenze.

Passava ore a studiare programmi, statistiche e risultati, convinto che comprendere il comportamento della folla fosse spesso più importante che conoscere i cavalli.

Nel saggio Picking the Horses (1975) scrisse:

"Ragionare contro i pregiudizi della folla è l'unica possibilità di vincere alle corse."


I cavalli nella sua letteratura

Le corse compaiono in numerose opere di Bukowski.

Tra queste:

  • The Days Run Away Like Wild Horses Over the Hills (I giorni scorrono via come cavalli selvaggi sulle colline);

  • Factotum;

  • Donne;

  • Hollywood;

  • numerosi racconti e poesie pubblicati su riviste letterarie.

L'ippodromo diventa spesso il luogo in cui il protagonista tenta, inutilmente, di cambiare la propria vita con una scommessa fortunata.


Alcune frasi celebri

Tra le citazioni più conosciute dedicate alle corse dei cavalli troviamo:

"Ho sprecato una vita all'ippodromo... e ancora oggi continuo ad andarci."

"Un giorno all'ippodromo può insegnarti più di quattro anni di università."

"I cavalli non scommettono sugli uomini. Nemmeno io."

Queste frasi raccontano bene il suo modo di osservare il mondo: ironico, disilluso e profondamente umano.


I cavalli come metafora

Bukowski utilizzava spesso il cavallo come simbolo della condizione umana.

Una delle sue immagini più note recita:

"L'amore è un cavallo con una gamba rotta che cerca di stare in piedi mentre quarantacinquemila persone guardano."

Per lui il cavallo rappresentava la fragilità, il destino, il desiderio di resistere anche quando la corsa sembra ormai perduta.


Un'eredità culturale

Charles Bukowski non ha lasciato un contributo all'equitazione né alla conoscenza del comportamento equino.

Ha però consegnato alla letteratura alcune delle pagine più intense dedicate al mondo delle corse, trasformando l'ippodromo in un palcoscenico sul quale osservare le debolezze, le speranze e le contraddizioni dell'essere umano.

Per questo il suo nome trova spazio nella cultura del cavallo, non come cavaliere o addestratore, ma come scrittore che ha saputo fare delle corse un potente strumento narrativo.

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