Per gran parte della storia europea il cavallo non è stato soltanto un animale da lavoro, da trasporto o da guerra.
È stato anche uno degli animali che hanno richiesto le conoscenze più specialistiche in materia di cura e trattamento delle malattie.
Molto prima della nascita della moderna medicina veterinaria esisteva infatti una tradizione specifica dedicata alla salute del cavallo: l'ippiatria.
Il termine deriva dal greco hippos, cavallo, e iatros, medico.
La storia dell'ippiatria attraversa il mondo greco, romano, bizantino e medievale e rappresenta uno dei filoni più importanti nella trasmissione delle conoscenze sulla medicina degli animali.
L'Italia occupa in questa storia una posizione particolarmente interessante, non tanto perché vi sarebbe nata la medicina veterinaria, quanto perché il territorio italiano fu un importante luogo di conservazione, trasmissione, traduzione e rielaborazione della medicina equina antica.
È questo uno dei temi affrontati dallo storico della medicina Klaus-Dietrich Fischer, della Johannes Gutenberg-Universität Mainz, nel suo studio dedicato alla trasmissione della medicina equina greca nell'Italia medievale.
Prima della veterinaria moderna c'era l'ippiatria
Nel mondo antico la distinzione tra le professioni veterinarie non corrispondeva naturalmente alle specializzazioni che conosciamo oggi.
Non esistevano veterinari per piccoli animali, grandi animali, animali esotici o specie da reddito.
La medicina animale era invece fortemente legata alle esigenze della società.
E tra queste esigenze il cavallo occupava una posizione particolare.
Gli animali impiegati per il lavoro agricolo, il trasporto e la produzione alimentare richiedevano cure, ma il cavallo aveva un valore economico, militare e sociale straordinariamente elevato.
Per questo si sviluppò una tradizione specialistica dedicata alla sua cura.
La terminologia stessa lo dimostra.
Accanto al termine greco hippiatros, "medico dei cavalli", il mondo latino utilizzò termini come mulomedicus, letteralmente riferito alla cura dei muli, che divenne anche una denominazione importante nella tradizione della medicina veterinaria latina.
La medicina greca del cavallo
La tradizione ippocratica rappresenta uno dei pilastri della medicina occidentale, ma la storia della medicina animale è più complessa.
La medicina veterinaria antica non nacque semplicemente come una copia della medicina umana.
La medicina del cavallo si sviluppò attraverso una lunga tradizione nella quale confluirono osservazione pratica, esperienza degli addetti alle scuderie, conoscenze mediche e trasmissione scritta.
Nel mondo greco furono prodotti testi specificamente dedicati alla medicina equina, successivamente raccolti e trasmessi anche attraverso la tradizione bizantina.
Questa letteratura è generalmente conosciuta come Hippiatrica.
La sua trasmissione nei secoli successivi sarebbe diventata uno dei problemi più interessanti della storia della medicina veterinaria.
Ed è proprio qui che l'Italia medievale assume un ruolo importante.
Roma: Varrone, Columella e la tradizione latina
Nel mondo romano la cura degli animali entrò anche nella letteratura agronomica.
Marco Terenzio Varrone, nel I secolo a.C., e Lucio Giunio Moderato Columella, nel I secolo d.C., dedicarono parte delle loro opere all'allevamento e alla gestione degli animali, compresi i cavalli.
Non erano manuali veterinari nel senso moderno del termine.
Il loro interesse era soprattutto agricolo e zootecnico.
Ma queste opere contribuirono alla trasmissione scritta di conoscenze sull'allevamento, sulla gestione e sulla salute degli animali e fanno parte della lunga storia dalla quale si sarebbe sviluppata la letteratura veterinaria latina.
Accanto alla tradizione agronomica si sviluppò poi una letteratura specificamente veterinaria.
Tra i testi più importanti della tarda antichità si trovano opere come la Mulomedicina Chironis e l'Ars veterinaria di Pelagonius, entrambe fondamentali per lo studio della medicina animale romana. Fischer ha dedicato una parte significativa della propria attività scientifica proprio alla tradizione dei testi veterinari latini antichi.
Dal mondo antico al Medioevo
La trasmissione delle conoscenze antiche non fu lineare.
I testi vennero copiati, tradotti, abbreviati, ricomposti e talvolta contaminati con nuove conoscenze.
La medicina equina greca attraversò quindi diverse lingue e culture: greco, latino, arabo e le diverse lingue volgari dell'Europa medievale.
Questo rende particolarmente importante lo studio dei manoscritti.
Non basta trovare un testo medievale che parla di una determinata malattia del cavallo per stabilire da dove provenga la conoscenza.
Bisogna confrontare le versioni, individuare le traduzioni e ricostruire i rapporti tra i manoscritti.
È proprio il problema affrontato da Fischer nel suo studio del 1999, dedicato alle diverse versioni della medicina equina greca nell'Italia medievale. Lo stesso autore ha sottolineato la necessità di ulteriori studi per chiarire i rapporti tra le tradizioni manoscritte.
L'Italia medievale e la medicina del cavallo
L'Italia fu uno dei territori nei quali questa tradizione continuò a essere copiata, tradotta e rielaborata.
Particolarmente importante fu l'Italia meridionale.
Nel XIII secolo, in Calabria, operò Giordano Ruffo di Calabria, Imperialis Marescallus maior alla corte di Federico II.
Ruffo compose il celebre De Medicina Equorum, conosciuto anche come Liber de medicina equorum o De curis equorum.
L'opera non è semplicemente un testo di medicina.
È un trattato rivolto alla gestione e alla cura dei cavalli, nato in un ambiente di corte nel quale il cavallo aveva un valore economico e politico elevatissimo.
La sua influenza fu enorme.
Il testo fu copiato in un numero molto elevato di manoscritti e successivamente tradotto in diverse lingue, tra cui francese, catalano, galiziano, occitano, tedesco, ebraico e siciliano. Gli studi moderni hanno censito oltre un centinaio di testimoni manoscritti della tradizione di Ruffo.
Questa diffusione dimostra quanto fosse importante la conoscenza della medicina del cavallo nell'Europa medievale.
Il cavallo alla corte di Federico II
La figura di Giordano Ruffo è particolarmente significativa perché mostra il rapporto tra medicina equina, potere politico e cultura di corte.
Il cavallo medievale non era un semplice animale domestico.
Era indispensabile per la guerra, per il viaggio, per la caccia e per la rappresentazione del prestigio aristocratico.
Curare un cavallo di alto valore significava quindi proteggere un investimento economico e, in alcuni casi, una risorsa militare.
Non sorprende dunque che le corti abbiano favorito la produzione e la circolazione di trattati dedicati alla salute e alla gestione degli equini.
La medicina del cavallo era una conoscenza pratica, ma poteva anche diventare una disciplina scritta e studiata.
I manoscritti illustrati
Un aspetto particolarmente affascinante della tradizione medievale è rappresentato dai manoscritti illustrati.
Le immagini non erano semplicemente decorative.
In una società nella quale la circolazione dei libri era limitata e il livello di alfabetizzazione molto diverso da quello contemporaneo, le illustrazioni potevano contribuire alla comprensione delle procedure e alla rappresentazione del corpo dell'animale.
La presenza di manoscritti dedicati alla cura del cavallo testimonia inoltre l'esistenza di una committenza disposta a investire risorse considerevoli nella produzione di queste opere.
Il costo dei manoscritti miniati rende infatti probabile una committenza appartenente agli ambienti più ricchi della società, in particolare alle corti e alle élite aristocratiche.
Ma anche qui bisogna evitare una conclusione troppo semplice.
Non possiamo attribuire automaticamente ogni manoscritto illustrato a un singolo tipo di committente senza conoscere la provenienza specifica del codice.
La storia dei manoscritti deve essere ricostruita caso per caso.
Dal greco al latino, dal latino al volgare
Uno degli interrogativi più interessanti riguarda proprio la trasmissione delle fonti greche.
Un manoscritto italiano medievale che contiene medicina equina di origine greca non significa necessariamente che il copista avesse davanti un originale greco.
La conoscenza poteva essere arrivata attraverso una traduzione latina precedente o attraverso una tradizione testuale intermedia.
È una distinzione fondamentale per gli storici della medicina.
La trasmissione di una conoscenza non equivale alla sua copia diretta.
Una stessa informazione può attraversare secoli e lingue, cambiando forma nel percorso.
Lo studio di Fischer è importante proprio perché analizza queste diverse versioni e cerca di ricostruire i percorsi attraverso i quali la medicina equina greca arrivò e circolò nell'Italia medievale.
Medicina, esperienza e cultura equestre
La storia dell'ippiatria mostra qualcosa di importante anche sul rapporto tra conoscenza scientifica e pratica.
La medicina equina medievale non può essere descritta semplicemente come "scienza moderna in anticipo".
Molti trattamenti erano basati su osservazioni empiriche, tradizioni, teorie mediche antiche e, in alcuni casi, pratiche rituali o magiche.
La ricerca storica contemporanea ha infatti documentato la presenza di rituali e pratiche religiose accanto ai trattamenti più propriamente veterinari. Nel tardo Medioevo, per esempio, malattie come il farcino potevano essere affrontate attraverso una combinazione di cure, pratiche empiriche e rituali.
Questo non diminuisce il valore storico di quei testi.
Al contrario.
Ci permette di capire come le società del passato cercassero di interpretare e curare le malattie degli animali utilizzando gli strumenti culturali e scientifici disponibili nel proprio tempo.
Perché la storia dell'ippiatria è importante ancora oggi?
La moderna medicina veterinaria è il risultato di un processo molto lungo.
Prima dell'esistenza delle università veterinarie, dei laboratori diagnostici, della microbiologia, dell'anestesia e della medicina basata sull'evidenza, esistevano già persone che osservavano attentamente i cavalli, descrivevano malattie, registravano trattamenti e cercavano di trasmettere queste conoscenze.
Molte di quelle informazioni sono andate perdute.
Altre sono sopravvissute nei manoscritti.
Altre ancora sono state tradotte e trasformate passando da una cultura all'altra.
L'Italia medievale rappresenta quindi uno dei luoghi fondamentali per seguire questa storia.
Non perché la medicina veterinaria sia nata tutta in Italia.
Ma perché l'Italia fu uno dei territori nei quali una parte importante dell'eredità ippiatica antica venne conservata, tradotta, rielaborata e resa nuovamente accessibile.
Ed è proprio questa continuità — fatta di manoscritti, traduzioni, corti, praticanti e cavalli — a rendere la storia dell'ippiatria una delle pagine più interessanti della storia della medicina veterinaria.
Per approfondire
Klaus-Dietrich Fischer, “A Horse! A Horse! My Kingdom for a Horse!” Versions of Greek Horse Medicine in Medieval Italy, Medizinhistorisches Journal, 34 (1999), pp. 123–138. L'articolo è una versione ampliata di un precedente contributo presentato nel 1998 sulla traduzione della medicina equina greca nell'Italia medievale.
Klaus-Dietrich Fischer, Ancient Veterinary Medicine. A Survey of Greek and Latin Sources and Some Recent Scholarship, Medizinhistorisches Journal, 23 (1988), pp. 191–209.
Domizia Trolli, Studi su antichi trattati di veterinaria, Università degli Studi di Parma, 1990.
Antonio Montinaro, Per la tradizione del De Medicina Equorum di Giordano Ruffo, Medioevo Letterario d'Italia, 7 (2010), pp. 29–64.
