"Qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali."
Emily Brontë, Cime tempestose
Ci sono autori che raccontano i cavalli.
E poi ci sono autori che scrivono come un cavallo al galoppo: liberi, impetuosi, incapaci di piegarsi alle convenzioni.
Le sorelle Charlotte, Emily e Anne Brontë appartengono a questa seconda categoria.
Nei loro romanzi i cavalli non sono semplici animali né soltanto mezzi di trasporto. Sono parte del paesaggio, della psicologia dei personaggi e del desiderio di libertà che attraversa tutta la loro opera.
Per comprenderne il significato bisogna partire dalla loro vita.
Tre sorelle contro il destino
Le Brontë nacquero nel piccolo villaggio di Haworth, nello Yorkshire, figlie di un pastore anglicano.
La loro esistenza sembra uscita da uno dei loro romanzi.
Persero la madre quando erano bambine.
Due sorelle maggiori morirono poco dopo, probabilmente a causa delle terribili condizioni della scuola dove erano state mandate.
Il fratello Branwell, dotato di grande talento, precipitò nell'alcolismo e nell'uso di oppiacei.
Morì a trentuno anni.
Pochi mesi dopo morirono anche Emily e Anne, entrambe di tubercolosi.
Charlotte rimase sola.
Anche lei sarebbe morta giovane, a trentotto anni.
In pochi anni si spense un'intera famiglia destinata a cambiare la letteratura mondiale.
La brughiera: il vero protagonista
Chi visita oggi Haworth comprende immediatamente da dove nascano i loro romanzi.
Non sono le case.
Non sono i personaggi.
È la brughiera.
Un paesaggio immenso, battuto dal vento, dove il cielo sembra fondersi con la terra.
In quel luogo i cavalli non erano un lusso aristocratico.
Erano compagni di viaggio.
Permettevano di attraversare colline, villaggi, pioggia e neve.
Per le Brontë il cavallo rappresentava ciò che la società vittoriana negava soprattutto alle donne: la possibilità di muoversi liberamente nel mondo.
Emily Brontë e il cavallo selvaggio
Fra le tre sorelle, Emily è certamente quella che più si identifica con la natura.
In Cime tempestose il vento, la pioggia, gli alberi e gli animali non fanno da sfondo ai personaggi.
Sono i personaggi.
Heathcliff e Catherine sembrano appartenere alla brughiera quanto le rocce e i cavalli che la percorrono.
I cavalli compaiono frequentemente nelle cavalcate, negli spostamenti tra Thrushcross Grange e Wuthering Heights e nelle scene quotidiane della vita rurale.
Ma il loro significato è soprattutto simbolico.
Il cavallo rappresenta un'energia impossibile da addomesticare.
La stessa energia che lega Catherine a Heathcliff.
Un amore che non cerca sicurezza, ma libertà.
Emily sembra suggerire che la natura non possa essere domata.
Esattamente come un cavallo lasciato libero nella brughiera.
Charlotte Brontë e il cavallo che cambia un destino
Se esiste una scena celebre della letteratura inglese in cui un cavallo cambia il corso della storia, è quella di Jane Eyre.
Jane sta tornando verso Thornfield Hall quando un cavallo scivola sul ghiaccio.
Il cavaliere cade.
È Edward Rochester.
Il cavallo si chiama Mesrour.
Senza quella caduta probabilmente Jane e Rochester non si sarebbero mai conosciuti davvero.
Non è un semplice incidente.
Charlotte utilizza il cavallo per abbattere la distanza sociale fra una giovane istitutrice e il ricco proprietario della tenuta.
È il cavallo a creare l'incontro.
È il cavallo a interrompere il destino.
Durante tutto il romanzo Rochester viene spesso associato alla figura del cavaliere.
Jane, invece, non lo osserva con soggezione.
Lo affronta come un essere umano.
È una rivoluzione silenziosa.
Anne Brontë: il cavallo come indipendenza
Anne è la più moderna delle tre sorelle.
Ne La signora di Wildfell Hall racconta una donna che decide di lasciare un marito violento.
Una scelta scandalosa per l'epoca.
Nei suoi romanzi cavalli e carrozze rappresentano qualcosa di concreto: la possibilità di partire.
Muoversi significava scegliere.
E scegliere significava essere liberi.
Per una donna dell'Ottocento questo era un atto rivoluzionario.
Donne che scrivevano come uomini
Le tre sorelle pubblicarono inizialmente con pseudonimi maschili:
Currer Bell (Charlotte)
Ellis Bell (Emily)
Acton Bell (Anne)
Non perché desiderassero nascondersi.
Perché sapevano che una scrittrice difficilmente sarebbe stata presa sul serio.
Paradossalmente, nei loro romanzi le donne sono spesso più forti degli uomini.
Pensano.
Scelgono.
Si ribellano.
E cavalcano.
I cavalli come metafora della libertà
Nella letteratura vittoriana il cavallo è spesso simbolo di prestigio sociale.
Nelle Brontë assume un significato diverso.
È il simbolo della libertà individuale.
Quando un personaggio cavalca nella brughiera non sta semplicemente viaggiando.
Sta cercando sé stesso.
Il cavallo diventa il ponte fra la civiltà e la natura, fra la ragione e l'istinto.
Un'eredità ancora viva
A quasi due secoli dalla pubblicazione dei loro romanzi, Charlotte, Emily e Anne Brontë continuano a parlare ai lettori contemporanei.
Lo fanno attraverso personaggi imperfetti, paesaggi sconfinati e cavalli che sembrano respirare insieme al vento dello Yorkshire.
Per questo il loro rapporto con il cavallo non appartiene soltanto alla storia della letteratura.
Appartiene alla storia della libertà.
Le Brontë e Horse Angels
Chi oggi difende il cavallo come essere senziente ritrova nelle sorelle Brontë un'intuizione sorprendentemente moderna.
Nei loro libri il cavallo non è mai un semplice strumento.
È una presenza viva.
Condivide il viaggio, la fatica, il paesaggio e il destino degli esseri umani.
Forse è proprio questo il motivo per cui i loro romanzi continuano a emozionare.
Perché ci ricordano che la libertà non consiste nel possedere un cavallo.
Consiste nel meritare di camminare — o di galoppare — al suo fianco.
