Quando la guerra di cavalleria lasciò il posto alla guerra di trincea, i cavalli non scomparvero dal fronte. Cambiò il loro compito: continuarono a trasportare uomini, munizioni, rifornimenti e artiglieria, affrontando fango, neve, montagne, bombardamenti e gas.
Il cavallo maremmano aveva alle spalle una lunga tradizione di impiego militare.
La sua reputazione di animale rustico, robusto e resistente aveva portato lo Stato italiano a organizzare in Maremma uno specifico Deposito di allevamento cavalli per uso militare. Un decreto del 1870 stabiliva infatti l'istituzione del Deposito nelle Maremme Toscane, presso Grosseto, con il compito di allevare e preparare puledri destinati al servizio militare.
Anche la grande enciclopedia Treccani, nella voce dedicata al cavallo, ricorda che il cavallo indigeno confermò durante la Prima guerra mondiale l'ottima reputazione che il maremmano e il sardo si erano conquistati nelle precedenti guerre d'indipendenza.
Poi arrivò la Grande Guerra.
E la guerra cambiò volto.
La cavalleria, che nei conflitti precedenti aveva rappresentato una componente fondamentale degli eserciti, si trovò progressivamente limitata dalla diffusione delle mitragliatrici, dell'artiglieria, del filo spinato e dalla trasformazione del conflitto in una lunga guerra di posizione.
Ma questo non rese inutili i cavalli.
Al contrario.
La Prima guerra mondiale rimase profondamente dipendente dalla trazione animale.
Sul fronte italiano, caratterizzato in larga parte da terreni montuosi e difficili, cavalli e soprattutto muli furono indispensabili per il trasporto di uomini, materiali, munizioni, rifornimenti e armamenti. Gli animali dovevano raggiungere luoghi nei quali il trasporto meccanizzato non era ancora in grado di operare con la stessa efficacia.
Il ruolo degli equidi nella logistica militare fu quindi enorme: non soltanto cavalcature, ma animali da tiro e da trasporto, chiamati a spostare anche pesanti pezzi di artiglieria.
Una testimonianza conservata dallo Science Museum Group documenta proprio l'impiego dei cavalli durante la Grande Guerra nel trasporto di artiglieria pesante, oltre che nel traino delle ambulanze e nei reparti di cavalleria.
E il pericolo non arrivava soltanto dalle pallottole e dalle granate.
Con l'introduzione della guerra chimica, gli animali furono esposti anche ai gas velenosi.
Furono quindi sviluppate maschere antigas specificamente destinate ai cavalli.
La Treccani documenta che durante la Prima guerra mondiale furono realizzate e utilizzate maschere antigas anche per cavalli e cani.
Un esemplare originale di maschera antigas per cavalli, prodotto in Germania tra il 1914 e il 1918, è oggi conservato nelle collezioni dello Science Museum Group. La documentazione museale spiega che i cavalli erano esposti agli stessi pericoli del personale con cui operavano e che furono sviluppate protezioni specifiche contro i gas.
Per gli animali impiegati al fronte significava affrontare condizioni estremamente dure: lunghi spostamenti, carichi pesanti, freddo, fango, neve, malattie, ferite, bombardamenti e attacchi chimici.
La Grande Guerra fu quindi anche una guerra combattuta sulla forza degli animali.
E in questa storia rientrano anche i cavalli provenienti dalla Maremma.
Non è possibile stabilire con precisione quanti cavalli di origine maremmana morirono durante il conflitto: le statistiche militari disponibili generalmente raggruppano gli equidi per categorie di servizio e non permettono di ricostruire una cifra attendibile per singola razza o area di provenienza.
Ma sappiamo che il patrimonio equino italiano fu direttamente coinvolto nello sforzo bellico e che il cavallo maremmano era già considerato una risorsa importante per l'impiego militare.
Non erano soltanto cavalli di cavalleria.
Erano animali utilizzati per rendere possibile la guerra: trasportavano ciò che l'esercito aveva bisogno di portare al fronte e contribuivano alla movimentazione dell'artiglieria e dei rifornimenti.
E non furono soltanto gli animali italiani a pagare questo prezzo.
Dall'altra parte delle trincee c'erano altri cavalli, muli e asini, appartenenti agli eserciti dell'Impero austro-ungarico e degli altri Paesi coinvolti nel conflitto.
Per gli animali non esisteva una guerra giusta o una guerra sbagliata. Esisteva soltanto l'impiego militare.
Quando oggi ricordiamo la Prima guerra mondiale, dunque, accanto ai milioni di esseri umani coinvolti nel conflitto dovremmo ricordare anche gli animali che furono requisiti, acquistati, trasportati al fronte e impiegati fino allo stremo delle loro capacità fisiche.
I cavalli della Maremma fanno parte di questa storia.
Una storia che appartiene alla cultura del cavallo italiano, ma anche alla storia della guerra, dell'allevamento e della medicina veterinaria militare.
Ricordarli non significa trasformarli in eroi. Significa riconoscere che furono coinvolti in un conflitto umano senza poterlo scegliere e che il loro impiego ebbe un costo reale.
FONTI
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, 10 dicembre 1870 – Decreto per l'istituzione dei Depositi di allevamento cavalli per uso militare nelle Maremme Toscane e a Persano.
Treccani, Enciclopedia Italiana – voce “Cavallo” – riferimenti alla reputazione del cavallo maremmano e sardo e al loro impiego militare, compresa la Prima guerra mondiale.
Treccani, Enciclopedia Italiana – voce “Maschera” – documentazione sull'impiego di maschere antigas anche per cavalli e cani durante la Prima guerra mondiale.
Science Museum Group Collection – “Gas mask for horses, Germany, 1914–1918” – esemplare originale di maschera antigas per cavalli e documentazione sul loro impiego durante la guerra, compreso il trasporto di artiglieria pesante.
Rivista Militare, Stato Maggiore dell'Esercito – “Una zampa alla Patria. Cani, cavalli e muli nella Grande Guerra”, Niccolò Lucarelli, 2018 – studio sull'impiego degli animali nelle forze armate italiane durante la Prima guerra mondiale.
