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Prima dei cavalli non ricordo nulla”: il racconto di una vita tra passione, crudeltà e speranza

 Un viaggio personale dentro il mondo delle corse dei trottatori, tra amore autentico, violenze nascoste e il sogno di una trasformazione culturale che rimetta al centro il cavallo.

Un’infanzia tra sogni e ippodromi

Non ricordo la mia vita prima dei cavalli. Mio nonno allevava trottatori e li portava a correre, e il mio sogno era quello di farlo anch’io un giorno. Li vedevo volare sulle piste degli ippodromi, circondati da un’aura magica. Credevo che il mondo delle corse fosse animato da persone che amavano i cavalli profondamente, proprio come me.
Pensavo che tutte le attenzioni fossero rivolte al loro benessere. La realtà, purtroppo, era ben diversa.

La vita in scuderia: il lato nascosto

Per anni sono stata la groom dei cavalli di mio nonno, poi ho lavorato per altri proprietari e allenatori. È stato allora che mi sono scontrata con una realtà dominata da competizione, sfruttamento e superficialità.
Senza generalizzare, le persone davvero rispettose dei cavalli erano pochissime.

Ho visto puledri frustati al rientro in scuderia perché considerati pigri o “stupidi”. Fruste modificate con piccoli chiodi per far più male, allenatori che non solo approvavano ma incoraggiavano queste pratiche.
Cavalli costretti a sessioni di allenamento interminabili, senza defaticamento, al rientro delle quali urinavano sangue.

Se si infortunavano, l’unico pensiero era farli tornare in pista immediatamente, contro ogni indicazione veterinaria. Per “accelerare” la guarigione si ricorreva a sciamani improvvisati, spray caustici sui tendini, pozioni miracolose che causavano bruciature e dolore indicibile.

Doping, violenze e omertà

Iniezioni di sostanze vietate, polveri mescolate nel mangime, manipolazioni per nascondere zoppie: tutto era considerato normale.

Gli incidenti erano frequenti. Ho visto cavalli collassare in allenamento o dopo il traguardo. Infarti, emboli, arti compromessi già alla partenza.
Non era sfortuna: era negligenza, era crudeltà.

Molti proprietari, davanti a un recupero lungo e costoso, sceglievano la via più semplice: l’abbattimento. I corpi venivano portati via in fretta, quasi nascosti, come se cancellandoli si cancellasse anche la vergogna.

I campioni dimenticati

Neanche i cavalli migliori erano al sicuro. Finita la carriera, se non adatti alla riproduzione, venivano venduti a commercianti senza scrupoli e spesso finivano nel circuito dei pali o in corse illegali.

Quando chiedevo di loro, mi venivano risposte vaghe: “È a riposo… L’ho regalato a una ragazzina…”. Non li ho mai rivisti. Alcuni li ho cercati a lungo e ho trovato solo omertà e silenzi. Alcuni li ho scoperti, tempo dopo, finiti al macello.

E ancora peggio: cavalli lasciati morire di stenti perché nessuno li voleva. Sembra fantascienza, ma è accaduto davvero. Le denunce spesso cadevano nel vuoto, e non sono mancate minacce.

Una goccia nel mare, ma una goccia che pesa

Nel mio piccolo, sono riuscita a salvare qualche cavallo. Troppo pochi rispetto a quanti avrebbero avuto bisogno di aiuto. Parlare, denunciare, cercare di cambiare la mentalità dominante è spesso come lottare contro i mulini a vento.

Se il mio amore per i cavalli è cresciuto, mi sono allontanata e ho iniziato a disprezzare gran parte del mondo ippico: un luogo che troppo spesso diventa teatro di crudeltà e indifferenza.

Un sogno nuovo

Oggi non sogno più di allevare cavalli da corsa.
Oggi sfilano davanti ai miei occhi quelli che non ci sono più, i dimenticati, coloro che non hanno lasciato record ma sangue e sudore.

Il mio sogno, oggi, è un altro:
una trasformazione culturale radicale che veda il cavallo non come un mezzo, ma come un compagno di vita.

Testimonianza di Carlotta Sganzerla.

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