Il Tribunale di Livorno ha condannato un artiere ippico a un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di lesioni personali, assolvendo invece l'imputato dalle accuse di sequestro di persona e maltrattamenti perché il fatto non sussiste.
La sentenza è stata pronunciata il 16 luglio 2021 dal collegio del Tribunale di Livorno.
I fatti
Il procedimento trae origine da un episodio avvenuto nel luglio 2020 presso l'ippodromo di Cesena.
Secondo quanto ricostruito nel processo, una lite tra l'imputato e la compagna degenerò in un'aggressione, al termine della quale la donna riuscì a chiedere aiuto.
L'intervento delle forze dell'ordine portò al fermo dell'uomo durante il viaggio di rientro verso la Toscana, mentre si trovava a bordo del mezzo utilizzato per il trasporto dei cavalli.
La decisione del Tribunale
All'esito del dibattimento, il Tribunale ha ritenuto provata la responsabilità dell'imputato limitatamente al reato di lesioni personali.
Per tale motivo è stata inflitta la pena di un anno e quattro mesi di reclusione, senza concessione della sospensione condizionale della pena.
Contestualmente, il Tribunale ha pronunciato sentenza di assoluzione dalle imputazioni di sequestro di persona e maltrattamenti, ritenendo che tali fatti non fossero stati dimostrati.
È stato inoltre disposto il risarcimento del danno in favore della parte civile, liquidato in 2.500 euro, oltre a quanto eventualmente previsto dalla sentenza.
La distinzione tra le imputazioni
Il caso evidenzia un principio fondamentale del processo penale: ogni contestazione deve essere valutata autonomamente.
Nel medesimo procedimento un imputato può essere riconosciuto responsabile di alcuni reati e assolto da altri, quando le prove raccolte risultino sufficienti solo per una parte delle accuse formulate.
La sentenza dimostra quindi come il giudice sia chiamato a verificare separatamente ciascun capo d'imputazione, applicando il principio della responsabilità penale solo nei limiti delle condotte effettivamente provate.
Perché questo caso è importante
Pur essendo una vicenda estranea all'attività sportiva in senso stretto, il procedimento riguarda una persona che operava professionalmente nel settore ippico.
Il caso ricorda che gli operatori del mondo equestre, come ogni altro cittadino, rispondono delle proprie condotte davanti alla giustizia ordinaria e che il processo penale può concludersi con una decisione articolata, distinguendo tra accuse dimostrate e accuse non provate.
La sentenza rappresenta inoltre un esempio dell'importanza del principio della presunzione di innocenza e della necessità di valutare separatamente ogni singola imputazione sulla base delle prove acquisite nel corso del dibattimento.
