Le indagini avevano acceso i riflettori su un presunto sistema che, secondo l'accusa, intrecciava corse clandestine di cavalli, traffico di stupefacenti e collegamenti con ambienti della criminalità organizzata messinese.
Ma, a distanza di quasi dieci anni dai fatti contestati, il procedimento si è concluso in gran parte con prescrizioni e assoluzioni.
Una vicenda che riporta al centro un tema ricorrente della giustizia italiana: quando i tempi del processo diventano così lunghi da impedire un accertamento definitivo delle responsabilità.
L'inchiesta
L'indagine riguardava fatti risalenti al 2013.
Nel novembre 2019 il GUP del Tribunale di Messina dispose il rinvio a giudizio di venti imputati davanti alla Prima Sezione Penale.
Secondo l'impostazione accusatoria, il gruppo avrebbe organizzato corse clandestine di cavalli su strada, gestito attività di spaccio di sostanze stupefacenti e utilizzato prestanome per alcune attività riconducibili agli indagati.
Le contestazioni comprendevano, a vario titolo:
associazione per delinquere;
organizzazione di corse clandestine di cavalli;
traffico e spaccio di sostanze stupefacenti;
ulteriori reati connessi alle singole posizioni.
La sentenza di primo grado
Nel febbraio 2021 arrivò la sentenza del Tribunale.
A nove anni dai fatti contestati, il bilancio fu di:
sette condanne;
tredici tra assoluzioni e dichiarazioni di prescrizione.
Il procedimento proseguì davanti alla Corte d'Appello.
L'appello
Con la decisione del 2022, la Corte d'Appello ha profondamente modificato il quadro emerso in primo grado.
Per numerosi imputati è stato dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione relativamente al reato di associazione per delinquere finalizzata all'organizzazione delle corse clandestine di cavalli e ad alcune contestazioni relative allo spaccio di lieve entità.
La prescrizione ha quindi impedito una decisione nel merito delle accuse per diversi imputati.
Le due posizioni esaminate nel merito
Restavano aperte due posizioni.
La prima riguardava un imputato che in primo grado era stato condannato a otto anni e sei mesi di reclusione per detenzione ai fini di spaccio di circa 486 grammi di cocaina e 150 grammi di marijuana.
La Corte d'Appello lo ha assolto con la formula «per non aver commesso il fatto», eliminando integralmente la precedente condanna.
La seconda riguardava l'imputato ritenuto promotore dell'associazione.
Per quest'ultimo i giudici hanno confermato la responsabilità, ma hanno rideterminato la pena in tre anni e sei mesi di reclusione, revocando le pene accessorie originariamente applicate e disponendo soltanto l'interdizione temporanea dai pubblici uffici per cinque anni.
Prescrizione non significa innocenza
Vicende come questa offrono anche l'occasione per chiarire un equivoco molto diffuso.
La prescrizione non equivale a un'assoluzione.
Con la prescrizione il giudice prende atto che, per effetto del tempo trascorso, lo Stato ha perso il potere di punire il reato.
Di conseguenza, nella maggior parte dei casi, non viene più accertata nel merito la responsabilità penale dell'imputato.
Diversa è invece l'assoluzione, che presuppone una valutazione delle prove e può concludersi con formule quali "per non aver commesso il fatto" oppure "perché il fatto non sussiste".
Il problema dei tempi della giustizia
Tra i fatti contestati e la sentenza d'appello sono trascorsi quasi dieci anni.
In un arco temporale così lungo, molti reati meno gravi maturano inevitabilmente la prescrizione prima della conclusione definitiva del processo.
Ciò produce effetti rilevanti non solo per gli imputati, ma anche per le persone offese, per gli investigatori e per l'intera collettività, che spesso non ottengono una risposta definitiva sull'accertamento dei fatti.
Le corse clandestine restano un fenomeno criminale
Al di là dell'esito processuale di questa vicenda, le corse clandestine di cavalli continuano a rappresentare uno dei fenomeni più gravi nel panorama dei reati contro gli animali.
Le indagini svolte negli ultimi anni in diverse regioni italiane hanno frequentemente evidenziato collegamenti con altre attività illecite, come il traffico di stupefacenti, il gioco e le scommesse clandestine, il riciclaggio di denaro e, in alcuni contesti, la criminalità organizzata.
Ogni procedimento penale ha naturalmente una propria storia e deve essere valutato esclusivamente sulla base delle prove raccolte nel singolo processo.
Una riflessione
Per Horse Angels, casi come questo pongono una doppia questione.
Da un lato, è indispensabile continuare a contrastare il fenomeno delle corse clandestine, che espongono i cavalli a rischi gravissimi e alimentano circuiti di illegalità.
Dall'altro, una risposta giudiziaria efficace richiede tempi compatibili con quelli del processo penale. Quando il giudizio arriva molti anni dopo i fatti, il rischio è che sia la prescrizione, più che il merito delle prove, a determinare l'esito del procedimento.
E quando questo accade, resta inevitabilmente la sensazione che la giustizia, per tutte le parti coinvolte, sia arrivata troppo tardi.
