Cassazione penale, 2023
Una giovane di 21 anni, un cavallo ancora in fase di addestramento, l'assenza del casco e una passeggiata affrontata da sola.
Sono gli elementi al centro di una vicenda giudiziaria iniziata con un tragico incidente avvenuto nel 2012 e conclusasi, sul piano processuale, con la dichiarazione di prescrizione del reato ma con la conferma delle responsabilità civili nei confronti del titolare del maneggio.
Una storia che richiama l'attenzione sull'obbligo di garantire la sicurezza delle persone che si avvicinano ai cavalli, soprattutto quando gli animali non sono ancora completamente addestrati.
L'incidente
Il fatto avvenne nel 2012 lungo la strada provinciale 57, nel territorio di Manfredonia, a poca distanza dal maneggio al quale il padre della giovane aveva affidato una cavalla murgesa per il suo addestramento.
Secondo la ricostruzione accolta nei giudizi di merito, la ventunenne Antonietta Prencipe salì sull'animale senza indossare il casco protettivo.
Durante il percorso la cavalla si sarebbe improvvisamente spaventata, probabilmente per il sopraggiungere di un mezzo o di un altro elemento esterno, facendo cadere la giovane sull'asfalto.
L'urto provocò gravissime lesioni alla testa che ne causarono il decesso.
La sentenza di primo grado
Nel 2018 il Tribunale di Foggia condannò il titolare del maneggio per omicidio colposo.
Secondo il giudice, il gestore aveva agito con imprudenza, negligenza e imperizia consentendo alla giovane di montare una cavalla non ancora completamente domata, senza casco protettivo e lasciandola successivamente proseguire da sola lungo la strada.
Per il Tribunale proprio queste condotte avevano contribuito causalmente al verificarsi dell'incidente mortale.
La pena fu fissata in un anno e sei mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.
Sul piano civile il titolare del maneggio venne inoltre condannato al risarcimento dei danni in favore dei quattro familiari della vittima, con una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 40.000 euro.
Le false dichiarazioni
Nel medesimo procedimento furono condannate anche tre persone presenti il giorno dell'incidente.
Secondo il Tribunale, avevano reso dichiarazioni non veritiere nel tentativo di favorire il titolare del maneggio.
Per ciascuno venne inflitta la pena di otto mesi di reclusione, con concessione della sospensione condizionale della pena.
Successivamente, nel giudizio d'appello, tali reati sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione.
Le testimonianze
Nel corso del dibattimento alcuni testimoni riferirono che la giovane si trovava presso il maneggio per svolgere le prime lezioni.
Secondo quanto emerso in giudizio, una volta salita sulla cavalla sarebbe stata accompagnata lungo la strada adiacente al centro ippico e poi lasciata proseguire da sola.
Un testimone oculare raccontò che il sopraggiungere di un trailer avrebbe spaventato l'animale, provocando l'impennata e la conseguente caduta della ragazza.
Al momento dell'incidente Antonietta non indossava alcun casco protettivo.
L'appello
La Corte d'Appello di Bari ha successivamente dichiarato non doversi procedere nei confronti del titolare del maneggio per intervenuta prescrizione del reato.
La prescrizione ha impedito una pronuncia definitiva sul piano penale.
La Corte, tuttavia, ha confermato integralmente le statuizioni civili già riconosciute ai familiari della vittima, mantenendo quindi ferme le conseguenze risarcitorie.
Il ricorso in Cassazione
Il titolare del maneggio ha proposto ricorso per Cassazione.
Nel 2023 la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.
La decisione ha così reso definitive le statuizioni civili già confermate dalla Corte d'Appello.
Casco e sicurezza: un obbligo prima ancora che una regola
Questa vicenda evidenzia alcuni principi fondamentali nella gestione dell'attività equestre.
L'utilizzo del casco rappresenta il primo presidio di sicurezza per chi monta a cavallo, indipendentemente dall'età o dall'esperienza.
Allo stesso modo, affidare una persona inesperta a un cavallo ancora in fase di addestramento richiede una valutazione estremamente prudente dei rischi e un controllo costante da parte dell'istruttore.
L'eventuale imprevedibilità della reazione di un cavallo non esonera infatti chi organizza l'attività dall'obbligo di adottare tutte le misure ragionevolmente necessarie per prevenire conseguenze gravi.
La prescrizione non cancella le responsabilità civili
Il caso offre anche un'importante precisazione giuridica.
Quando un reato si prescrive, il procedimento penale si estingue e non può più concludersi con una condanna.
Ciò non significa necessariamente che vengano meno gli effetti sul piano civile.
Se nei precedenti gradi di giudizio sono già stati accertati i presupposti della responsabilità risarcitoria, il giudice può confermare le statuizioni civili anche in presenza della prescrizione del reato.
È quanto accaduto in questa vicenda.
Una lezione per tutto il settore equestre
Per Horse Angels, questa storia ricorda che la sicurezza non è un aspetto secondario dell'equitazione.
Ogni scelta organizzativa – dall'assegnazione del cavallo all'utilizzo delle protezioni, fino al livello di supervisione dell'istruttore – può incidere in modo determinante sull'incolumità delle persone.
Il cavallo è un animale straordinario, ma resta un animale che può reagire agli stimoli dell'ambiente.
Per questo motivo la prevenzione, la formazione e il rispetto rigoroso delle regole di sicurezza rappresentano il primo dovere di chiunque operi nel mondo equestre.
