La candidatura di Massimo Pravettoni alla presidenza dell'ANACT, raccontata da Marialucia Galli su Cavallo 2000, arriva in un momento nel quale una parola sembra accomunare praticamente tutte le componenti del trotto italiano: crisi.
Meno nascite, meno allevatori, meno corse, meno proprietari, meno pubblico, meno scommesse, meno ippodromi. È lo stesso Pravettoni a descrivere un comparto in difficoltà e a indicare nel mercato e nella programmazione due delle questioni sulle quali intervenire.
È una diagnosi che merita attenzione.
Ma per chi si occupa di tutela dei cavalli c'è una domanda preliminare che non può essere elusa: riformare il sistema per salvarlo da una crisi economica significa necessariamente migliorare anche la vita dei cavalli che quel sistema produce?
La risposta, per ora, non è ancora evidente.
Pravettoni parla di adeguare gradualmente la programmazione al resto d'Europa e critica il modello della “spremitura” dei cavalli a due e tre anni, richiamando esplicitamente anche il tema del benessere e del rispetto dei cavalli giovani e anziani.
Questo è probabilmente il passaggio più interessante dell'intervista.
Perché significa riconoscere che il problema non è soltanto quanti cavalli nascono, quanto valgono sul mercato o quante corse riescono a disputare. È anche come viene costruita la loro carriera e che cosa accade quando quella carriera termina.
Ed è qui che una candidatura alla guida dell'associazione degli allevatori dovrebbe essere valutata anche attraverso domande molto concrete.
A quale età dovrebbe iniziare la carriera agonistica?
Quale durata dovrebbe avere una carriera economicamente sostenibile?
Quali incentivi possono ridurre la pressione a ottenere risultati precoci?
Che cosa accade ai cavalli che non raggiungono il livello agonistico atteso?
E soprattutto: chi si assume la responsabilità del cavallo quando non è più economicamente interessante?
Sono domande che nell'intervista non trovano ancora una risposta.
Pravettoni parla di sostenere i piccoli e medi allevatori, di migliorare la qualità delle produzioni e delle linee di sangue, di intervenire sul mercato e di cercare nuovi proprietari.
Ma anche qui esiste un punto che non può essere lasciato sullo sfondo.
Un cavallo non è soltanto il risultato di un investimento zootecnico.
È un animale che può vivere molti anni oltre la fase nella quale produce valore per il circuito sportivo.
Per questo, parlare di qualità dell'allevamento dovrebbe significare anche parlare della qualità dell'intero percorso di vita degli animali prodotti: selezione, crescita, addestramento, carriera, riposo, pensionamento e ricollocamento.
Altrimenti il rischio è di risolvere la crisi del mercato semplicemente producendo un mercato più efficiente.
E non necessariamente un sistema migliore per i cavalli.
Il tema dell'età
Fra le dichiarazioni riportate da Cavallo 2000, quella sulla necessità di non imitare il modello statunitense della valorizzazione esasperata dei soggetti giovani merita particolare attenzione.
È un tema che dovrebbe però essere verificato con dati comparativi, non soltanto attraverso contrapposizioni fra modelli ippici.
Quanto dura realmente la carriera dei trottatori italiani?
Qual è l'età media delle prime corse?
Qual è l'età media dell'ultima corsa?
Quanti soggetti vengono ritirati precocemente?
Quanti vengono ricollocati?
Quanti entrano invece in circuiti non sportivi?
E quanti finiscono in situazioni nelle quali il loro valore economico diventa praticamente nullo?
Sono questi i numeri che permetterebbero di capire se una riforma della programmazione sarebbe davvero anche una riforma di welfare.
Il mercato non può essere l'unico criterio
Nell'intervista compare più volte la parola “mercato”.
È comprensibile. L'allevamento è un'attività economica e chi alleva deve poter ottenere una remunerazione adeguata.
Ma proprio perché il cavallo è il centro materiale dell'intero sistema, il mercato dovrebbe essere progettato anche per evitare che la perdita di valore economico si traduca nella perdita di tutela.
Il problema non è quindi trovare semplicemente nuovi proprietari.
È trovare nuove forme di responsabilità.
Proprietari disposti a mantenere un cavallo anche quando non corre più. Programmi di ricollocamento. Incentivi per le seconde carriere compatibili con le condizioni individuali. Tracciabilità. Formazione. Contratti di cessione che tutelino realmente gli animali. E soprattutto una cultura nella quale il fine carriera non coincida con la fine del valore del cavallo.
Una riforma da misurare anche sul benessere
La candidatura Pravettoni sembra partire dalla constatazione che il sistema non possa continuare così.
È una constatazione importante.
Ma proprio per questo sarà interessante leggere il programma completo della lista.
Perché una vera riforma del trotto dovrebbe poter essere valutata anche attraverso indicatori diversi dal numero di nascite, dal valore dei puledri, dal numero delle corse o dalla raccolta delle scommesse.
Per esempio:
- meno pressione sulla precocità;
- carriere più compatibili con la maturazione e la condizione individuale dei cavalli;
- riduzione delle uscite precoci dal circuito;
- percorsi verificabili di fine carriera;
- maggiore responsabilità nella cessione dei cavalli;
- formazione obbligatoria e qualificata;
- ricollocamento come parte integrante della filiera;
- trasparenza sul destino dei soggetti usciti dall'attività agonistica.
Questi sarebbero segnali di una riforma che non si limita a salvare il comparto, ma prova a renderlo più responsabile.
Per ora, quindi, la candidatura di Massimo Pravettoni non è per noi una candidatura da sostenere né da contrastare.
È una candidatura da osservare.
Con attenzione.
Perché le parole “benessere” e “rispetto dei cavalli” nell'intervista ci sono.
Adesso bisogna capire che cosa diventeranno nel programma, nelle regole e nelle decisioni concrete.
E soprattutto se il cavallo verrà considerato soltanto il punto di partenza dell'economia dell'allevamento oppure anche il soggetto che deve essere tutelato fino alla fine della propria vita.
Per Horse Angels, la differenza è tutta qui.
