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Lady Godiva è un'eroina della leggenda medievale registrata nel XIII secolo dal cronista anglosassone Ruggero di Wendover, che racconterà la storia di una giovane donna, esuberantemente bella, sposata con Leofric, conte di Chester, Mercia e signore di Coventry (Inghilterra). Durante il suo governo, i vassalli furono oppressi da una tassazione molto alta, sua moglie, Lady Godiva, avrebbe chiesto pietà al marito, il quale, presumendo il rifiuto della moglie, la sfidò a camminare per le strade del feudo completamente nuda, in cambio avrebbe tagliato le tasse.

Leofric, alla sua morte nel 1057, lascerà tutti i suoi beni in eredità a Godiva, che seppe mantenerli anche dopo l'invasione di Guglielmo di Normandia nel 1066 fino alla sua morte avvenuta nell'anno 1080 circa.

Tenuto conto che non ci sono riferimenti diretti nelle fonti circa il colore del cavallo, si può dedurre che il fatto che sia sempre rappresentato come cavallo bianco in tutta l'iconografia della leggenda, lungi dall'essere un elemento casuale, fa riferimento diretto alla castità, purezza e virtù della giovane donna che cavalca esso.  Per quanto riguarda Godiva, viene esibita nei dipinti e narrata come una donna delicata e bella, con certi tratti di idealizzazione nel canone delle proporzioni di tipo classico, ed esibisce un nudo completo, dunque sensualità e supremo erotismo.

Un altro elemento rappresentativo importante, è il modo di disporre la cavalcatura che non segue la tipica posa da "amazzone" del tempo, ma viene rappresentata per la prima volta una donna seduta a cavalcioni a cavallo, una posa maschile, che sottolinea il merito rivoluzionario del suo sacrificio, e parla quindi del ritratto psicologico di una donna determinata e senza tempo.

L'unico indumento che indossa Lady Godiva nelle rappresentazioni più antiche, secondo la percezione degli uomini che hanno diffuso inizialmente la storia, è la fede nuziale e questo fa speciale riferimento, ancora una volta, alla sua onestà e decenza, sottolineando che non mostra il suo corpo per sedurre, ma afflitta dalle difficoltà degli altri e combattendo per i loro diritti. Cosa strana una ragazza giovane e fragile, nuda, senza frustino e speroni, può contenere senza alcun problema un cavallo maestoso, come se la sua verginità potesse domarlo (tema anche dei culti mariani intorno all'Unicorno e quindi una tipica interpretazione cattolica - patriarcale - della giovinetta casta a cavallo).

Lady Godiva, diventata immortale, ha finito per plasmare l'archetipo dell'eroina popolare per molto tempo.

Sotto un altro aspetto, il tema è servito da precedente per tutta quella lotta che usa il nudo come elemento vendicativo di protesta, cosa molto comune oggi, ad esempio nel movimento delle femen, e che avrebbe le sue origini in questa favola.

E' dalla leggenda di Godiva che scaturisce il personaggio di Peeping Tom, il voyeur primordiale fondamentale nel fissare, o tentare di fissare, il posto della donna nel discorso occidentale come “oggetto dello sguardo”, trasformandosi in innumerevoli decenni di instancabili rappresentazioni di donne a cavallo nude che cavalcano senza sella o altri finimenti contenitivi.

La poesia "Ariel" di Sylvia Plath, icona del femminismo, del 1962, riformula i termini di base della leggenda per rendere Godiva non più un oggetto vulnerabile dello sguardo ma un soggetto indipendente e autodefinito. Godiva diventa allora una femminista che sfida le norme sociali della domesticità generate dalla borghesia patriarcale, diventando una avventuriera e stimolando donne a lasciare l'antro domestico, il comfort e  la sicurezza, per affrontare il mondo da donne libere, che possono mettersi a nudo quando vogliono, con chi vogliono, senza controllo di padri, mariti, fratelli o fidanzati. 

Il femminismo si è appropriato di Lady Godiva, reinterpretandola, per darle significati più attuali, svestendola del moralismo bigotto del controllo sessuale e della castità, per farle assumere sfaccettature meno innocenti e più connaturate alla libertà erotica.

In questo senso, erede naturale di Godiva è stata Lady Diana, che ha esposto la sua vita privata ai taboloid/voyeur, mettendosi realmente a nudo e muovendo l'empatia del popolo senza vergogna per le proprie fragilità e ad usufrutto anche dei più deboli, nelle sue campagne sociali e assistenziali per poveri, malati, discriminati di ogni tipo.

Possiamo allora supporre che il mito di Godiva - reinterpretata dal femminismo - e non nell'accezione casta patriarcale originaria, sia stato un archetipo importante per Lady Diana, come lo è stato per molte altre donne prima e dopo.

Lady Godiva non è ancora morta. Studi femministi attuali, impegnati nell'interdisciplinare su potere, trasgressione e soggettività femminile incarnata, hanno sviluppato una sofisticata critica del rapporto con gli animali, specialmente con il cavallo, evolvendo dal concetto di doma a quello di cooperazione mutualistica.

Il cavallo non ha bisogno che Lady Godiva lo contenga, non già perché lei è vergine e casta, ma bensì perché lei è fusa con lui, due cuori ma una sola anima.

Una donna non può essere infatti libera e indipendente, se assoggettata a fare la padrona di uno stabulario animale, la carceriera.  La donna, se lotta per espandere le proprie possibilità e l'emancipazione che le sono sfuggenti, non può prescindere dal doppio vincolo del dentro e fuori, della coerenza. Nel momento che assoggetta animali con tipiche medologie del patriarcato, confinamento, coercizione, strumenti di controllo, violenza umiliante, perde il diritto ad essere libera. L'apporto dell'animale può in tal senso diventare fondamentale, e soprattutto significativo, nei momenti in cui decide di liberare per essere libera, mettendo a nudo il cavallo dai troppi orpelli e confinamenti di spazio e di movimento, per essere libera lei stessa.

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