Quando si parla di inclusione nel mondo del cavallo si pensa spesso al genere o alla disabilità. Più raramente si affronta un'altra questione: quanto è realmente aperto il settore equestre italiano alle persone provenienti da altri Paesi o appartenenti a minoranze etniche?
Passeggiando in un ippodromo, in un allevamento o in molte grandi scuderie italiane si nota una realtà evidente: una parte importante del lavoro quotidiano è svolta da lavoratori stranieri. Groom, artieri, addetti alle scuderie, personale impegnato nella pulizia dei box, nella preparazione dei cavalli e nella gestione ordinaria provengono spesso da Romania, Albania, India, Pakistan, Bangladesh, Marocco, Tunisia, Senegal, Sud America e da molti altri Paesi.
La loro presenza è ormai indispensabile per il funzionamento del settore.
La domanda che vale la pena porsi è un'altra: quanti di questi lavoratori riescono, negli anni, a diventare istruttori, allenatori, tecnici federali, allevatori o proprietari di un centro ippico?
Una piramide professionale
Nel settore equestre italiano sembra esistere una sorta di piramide.
Alla base si trovano le attività manuali e di cura quotidiana degli equidi, spesso svolte da lavoratori immigrati.
Salendo nella gerarchia aumentano invece le figure italiane o comunque appartenenti a famiglie già inserite nel settore.
Naturalmente esistono eccezioni, ma la distribuzione dei ruoli merita di essere osservata.
Discriminazione o ostacoli strutturali?
Parlare di discriminazione richiede prudenza.
Molte delle difficoltà incontrate possono dipendere da fattori concreti:
- difficoltà linguistiche;
- mancato riconoscimento delle qualifiche conseguite all'estero;
- costi dei percorsi formativi;
- precarietà lavorativa;
- scarsa conoscenza delle opportunità professionali;
- reti relazionali molto chiuse.
Anche senza episodi di razzismo esplicito, questi elementi possono limitare la possibilità di crescita professionale.
Un patrimonio di competenze spesso invisibile
Molti addetti di scuderia possiedono competenze straordinarie.
Conoscono il comportamento degli equidi, sanno gestire animali difficili, riconoscono precocemente i segni di una colica o di una zoppia, seguono le fattrici durante il parto e lavorano con i puledri fin dai primi giorni di vita.
Eppure il loro contributo rimane spesso invisibile al pubblico.
L'inclusione riguarda anche il benessere animale
Una scuderia nella quale ogni lavoratore viene valorizzato è anche una scuderia più stabile.
Ridurre il turnover, investire nella formazione e offrire reali possibilità di crescita significa migliorare la qualità delle cure offerte agli equidi.
L'inclusione non è soltanto un tema sociale: può avere effetti concreti anche sul benessere degli animali.
Una riflessione necessaria
Il mondo del cavallo italiano dispone di professionalità provenienti da ogni parte del mondo.
La domanda è se queste persone abbiano realmente le stesse opportunità di crescere professionalmente oppure se, di fatto, alcune mansioni rimangano appannaggio di specifiche categorie.
Aprire questo dibattito non significa accusare un intero settore di discriminazione. Significa interrogarsi su come valorizzare competenze, esperienza e merito, indipendentemente dall'origine geografica, dall'etnia o dalla nazionalità.
