Chi sceglie di fare volontariato in un'associazione animalista raramente lo fa per interesse personale. Lo fa perché prova empatia verso gli animali, desidera ridurne la sofferenza e mette tempo, energie, competenze e spesso anche risorse economiche al servizio di una causa.
Proprio questa motivazione, però, può rendere le persone più esposte a dinamiche di sfruttamento emotivo.
La ricerca scientifica si è occupata soprattutto di burnout, compassion fatigue e, più recentemente, di moral injury(lesione morale): quel danno psicologico che può insorgere quando una persona è costretta ad assistere, tollerare o partecipare a situazioni che violano profondamente i propri valori.
Uno studio pubblicato nel 2026 su operatori e volontari del settore della tutela animale ha rilevato che oltre l'80% delle persone intervistate aveva vissuto almeno un'esperienza moralmente traumatica durante la propria attività. Gli autori concludono che il benessere psicologico di chi lavora o presta volontariato con gli animali merita molta più attenzione di quella ricevuta finora.
Ma la lesione morale non nasce soltanto dal contatto quotidiano con la sofferenza degli animali.
Può nascere anche all'interno delle organizzazioni.
La letteratura sul volontariato e sulla gestione dei rifugi evidenzia che conflitti cronici, leadership poco trasparenti, ruoli poco definiti e relazioni deteriorate tra responsabili e volontari riducono la soddisfazione, aumentano il turnover e compromettono anche la qualità dell'attività svolta a favore degli animali.
Eppure esiste un tema quasi assente nella ricerca scientifica: l'abuso psicologico dei volontari nelle associazioni animaliste.
Chi frequenta questo mondo sa che può assumere forme molto diverse, ad esempio:
ricatti morali ("se te ne vai, gli animali ci rimettono");
utilizzo sistematico del senso di colpa per ottenere disponibilità;
richieste continue di tempo e lavoro senza rispetto dei limiti personali;
delegittimazione di chi pone domande o esprime dubbi;
isolamento di chi non si conforma;
campagne diffamatorie contro ex volontari o ex collaboratori;
concentrazione del potere decisionale in poche persone considerate "intoccabili";
in alcuni casi, anche episodi di molestie o comportamenti sessualmente inappropriati ai danni di volontari e volontarie, compresi giovani e minorenni. Su quest'ultimo aspetto la letteratura scientifica è praticamente assente, ma come associazione abbiamo raccolto nel tempo diverse segnalazioni che meritano attenzione e, quando necessario, l'intervento delle autorità competenti.
Queste dinamiche non fanno rumore come un maltrattamento animale.
Non lasciano fratture o ferite visibili.
Molto spesso chi decide di andarsene non denuncia. Per timore di essere screditato, di alimentare ulteriori conflitti o di danneggiare la causa animalista, preferisce allontanarsi in silenzio. Almeno in Italia, troppo spesso tutto si riduce a polemiche sui social network anziché, quando ve ne siano i presupposti, nelle sedi competenti.
Le conseguenze, però, possono essere serie: ansia, depressione, perdita di fiducia, isolamento, esaurimento emotivo e abbandono definitivo del volontariato.
È un grande paradosso.
Le persone più motivate a proteggere gli animali sono spesso quelle che fanno più fatica a proteggere sé stesse. Per paura di "tradire la causa", finiscono per accettare condizioni che non accetterebbero in nessun altro ambiente.
La tutela degli animali, però, non dovrebbe mai richiedere il sacrificio della dignità delle persone.
Un'associazione sana non si misura soltanto dal numero di animali salvati, ma anche da come tratta chi rende possibile quel lavoro ogni giorno.
Proteggere i volontari significa proteggere anche gli animali.
Perché un ambiente fondato sul rispetto, sulla trasparenza, sulla possibilità di esprimere dissenso senza subire ritorsioni e sulla tutela delle persone è più forte, più credibile e più efficace di qualsiasi organizzazione costruita sulla paura, sul senso di colpa o sul culto della personalità.
Forse è arrivato il momento che anche la ricerca scientifica inizi a occuparsi in modo sistematico di questo fenomeno.
Perché il benessere degli animali e quello delle persone che li difendono non sono due obiettivi in competizione: sono due facce della stessa medaglia.
Ricerche citate
Kogan LR, LaFollette MR, Hellyer PW, et al. Moral Injury in Animal Care Workers: Prevalence and Associated Factors. Frontiers in Psychiatry, 2026.
https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2026.1820899/fullHandy F, Cnaan RA, Brudney JL, et al. Why Can't You Just Follow the Rules? Volunteer Rule-Breaking and Disruptive Behavior. Voluntas: International Journal of Voluntary and Nonprofit Organizations.
https://www.cambridge.org/core/journals/voluntas/article/abs/why-cant-you-just-follow-the-rules-volunteer-rule-breaking-and-disruptive-behavior/8508EFDCA0F66E9EE09D6B916D006BEFDe Clercq D, Haq IU, Azeem MU. How Dare to Demand This From Volunteers? The Impact of Illegitimate Tasks. Voluntas: International Journal of Voluntary and Nonprofit Organizations.
https://www.cambridge.org/core/journals/voluntas/article/abs/how-dare-to-demand-this-from-volunteers-the-impact-of-illegitimate-tasks/6F3C742EC76B0E24A2805A4DF11C528B
