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Omofobia e transfobia nel mondo del cavallo: cosa sappiamo davvero?

Il 17 maggio è la Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia.

È una ricorrenza che può sembrare lontana dal mondo del cavallo.

Non lo è.

Anche l'equitazione è un ambiente sociale, sportivo e professionale. E, come tutti gli ambienti sociali, può essere più o meno inclusivo nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

Ma cosa ci dice realmente la ricerca?

La risposta è interessante perché, da una parte, esistono evidenze scientifiche che documentano discriminazione e stigma nello sport; dall'altra, gli studi specificamente dedicati all'equitazione sono ancora pochi.

Quindi è importante distinguere ciò che sappiamo da ciò che semplicemente immaginiamo.

Lo sport non è immune dalla discriminazione

La ricerca internazionale mostra da tempo che le minoranze sessuali e di genere possono incontrare ostacoli nella pratica sportiva.

Una meta-etnografia pubblicata nel 2023 ha analizzato 14 studi qualitativi sulle esperienze degli atleti LGBTQ+ e ha individuato quattro temi ricorrenti: discriminazione e violenza, stigma percepito, pregiudizio interiorizzato e ruolo del sostegno della squadra e del gruppo. Gli autori sottolineano che queste esperienze possono avere conseguenze anche sul benessere psicologico.

Questo non significa che ogni ambiente sportivo sia omofobo.

Significa qualcosa di più preciso:

l'orientamento sessuale e l'identità di genere possono influenzare l'esperienza di partecipazione allo sport.

E questo è un fenomeno documentato dalla ricerca.

E l'equitazione?

Qui bisogna essere più cauti.

La letteratura scientifica specifica sul mondo equestre è molto meno ampia rispetto a quella disponibile per lo sport in generale.

Uno degli studi più interessanti è quello della sociologa Katherine Dashper, che ha analizzato il rapporto tra mascolinità, sessualità e sport equestre.

Il suo studio etnografico sul dressage ha rilevato un ambiente relativamente tollerante nei confronti degli uomini gay, nel quale gli uomini eterosessuali intervistati mostravano livelli relativamente bassi di omofobia rispetto a quanto documentato tradizionalmente in altri contesti sportivi.

Questo risultato è interessante perché mette in discussione l'idea semplicistica secondo cui ogni ambiente sportivo sarebbe necessariamente ostile alle persone LGBTQ+.

Ma lo studio evidenzia anche un'altra questione.

La maggiore accettazione degli uomini gay non significa automaticamente che tutte le forme di diversità siano ugualmente accolte.

L'ambiente equestre può infatti mettere in discussione alcune forme tradizionali di mascolinità senza per questo eliminare completamente le gerarchie di genere.

Il cavallo rende lo sport diverso?

Probabilmente sì, almeno in parte.

L'equitazione ha una caratteristica che la distingue da molti sport: non è una competizione esclusivamente tra esseri umani.

Il risultato dipende dall'interazione tra persona e cavallo.

Inoltre, uomini e donne possono competere insieme in molte discipline equestri.

È un elemento culturalmente interessante.

Nelle competizioni equestri internazionali, infatti, la separazione per sesso non è generalmente strutturata nello stesso modo di molti sport nei quali uomini e donne competono in categorie separate.

Questo rende l'equitazione un caso particolarmente interessante per gli studi sulla costruzione sociale del genere nello sport.

Ma non significa automaticamente che sia un ambiente privo di stereotipi.

Una struttura competitiva relativamente integrata non garantisce di per sé l'inclusione sociale.

Essere gay e essere transgender sono questioni diverse

È importante non mettere tutto nello stesso contenitore.

Orientamento sessuale e identità di genere sono dimensioni differenti.

Una persona gay può essere cisgender.

Una persona transgender può essere eterosessuale, gay, lesbica, bisessuale o avere un altro orientamento.

Anche le forme di discriminazione possono quindi essere diverse.

La ricerca sugli atleti transgender, per esempio, mostra che le difficoltà possono riguardare non soltanto gli atteggiamenti delle altre persone, ma anche regolamenti, criteri di eleggibilità, spazi sportivi, linguaggio e percezione di appartenenza.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 ha esaminato 12 studi sugli atleti transgender e ha trovato evidenze di discriminazione e disuguaglianza nella partecipazione sportiva, associate a conseguenze negative sulla salute mentale.

Inclusione non significa eliminare ogni discussione sulle regole sportive

Questo è un punto sul quale la discussione pubblica tende a diventare molto polarizzata.

La questione della partecipazione delle persone transgender allo sport competitivo coinvolge infatti due problemi differenti:

da una parte, il diritto a partecipare senza discriminazioni;

dall'altra, le regole con cui una determinata disciplina definisce categorie, sicurezza e criteri di eleggibilità.

Non sono necessariamente la stessa questione.

Una recente revisione scientifica pubblicata nel 2026 osserva che le politiche sportive sull'inclusione transgender sono molto eterogenee e che le evidenze scientifiche disponibili sono ancora limitate da piccoli campioni, studi trasversali, periodi di osservazione brevi e scarsa specificità rispetto alle singole discipline sportive. Gli autori sottolineano quindi la necessità di valutazioni specifiche per lo sport, anziché applicare automaticamente una soluzione identica a tutte le discipline.

Questo è particolarmente rilevante per l'equitazione.

Le caratteristiche fisiologiche determinanti per la prestazione non sono necessariamente le stesse di uno sport basato esclusivamente sulla forza, sulla velocità o sul contatto fisico.

La discussione dovrebbe quindi essere basata sui dati specifici della disciplina, non su generalizzazioni.

L'inclusione non è soltanto una questione di regolamenti

C'è poi un aspetto molto meno visibile.

Una persona può essere formalmente autorizzata a partecipare a uno sport e, contemporaneamente, non sentirsi realmente accolta.

Può evitare di parlare della propria vita privata.

Può temere battute o commenti.

Può evitare determinati ambienti.

Può decidere di non fare coming out.

Può abbandonare una squadra o un centro.

La ricerca sugli atleti LGBTQ+ mostra proprio l'importanza di queste esperienze quotidiane di appartenenza, stigma e supporto.

Quindi l'assenza di un divieto formale non equivale necessariamente all'assenza di discriminazione.

Anche le parole contano

Nel mondo equestre, come in qualsiasi ambiente sociale, il linguaggio può contribuire a costruire inclusione oppure esclusione.

Battute sull'orientamento sessuale.

Insulti utilizzati come sinonimi di debolezza.

Commenti sull'aspetto fisico.

Presupporre che una persona abbia un partner dell'altro sesso.

Considerare “maschile” o “femminile” determinati comportamenti.

Sono tutti meccanismi attraverso i quali uno stereotipo può diventare parte della normalità quotidiana.

Non è necessario che esista un'aggressione esplicita perché una persona possa percepire un ambiente come ostile.

E i giovani?

Il tema è particolarmente importante nello sport giovanile.

Per un adolescente, la squadra, il centro equestre o il gruppo di allenamento non sono soltanto luoghi nei quali praticare uno sport.

Sono anche ambienti sociali.

La ricerca sugli atleti giovani LGBTQ+ evidenzia il ruolo del gruppo, del supporto degli allenatori e della possibilità di partecipare in un ambiente percepito come sicuro.

Per questo un istruttore non deve necessariamente diventare un esperto di psicologia o di identità di genere.

Ma dovrebbe sapere almeno una cosa:

non è suo compito decidere quale identità sia accettabile per chi pratica equitazione.

Il suo compito è garantire un ambiente nel quale le persone possano praticare sport senza essere umiliate, discriminate o escluse.

Il mondo del cavallo è più inclusivo degli altri sport?

Non abbiamo abbastanza dati per dirlo.

Ed è importante non inventare una conclusione solo perché ci piacerebbe fosse vera.

Esistono studi che suggeriscono che alcuni settori dell'equitazione, come il dressage analizzato da Dashper, possano avere caratteristiche relativamente più inclusive verso gli uomini gay rispetto ad altri ambienti sportivi.

Ma non abbiamo una base scientifica sufficiente per affermare che l'intero mondo equestre sia particolarmente inclusivo nei confronti di tutte le persone LGBTQ+.

Anzi, la scarsità stessa della ricerca specifica rappresenta un limite.

Servirebbero studi che analizzino:

  • centri equestri;
  • sport agonistico;
  • equitazione amatoriale;
  • associazioni e federazioni;
  • esperienze di giovani e adulti LGBTQ+;
  • esperienze di persone transgender;
  • differenze tra discipline;
  • ruolo di istruttori e allenatori;
  • abbandono dello sport;
  • percezione di sicurezza e appartenenza.

La domanda più interessante

Forse quindi non dovremmo chiederci:

“Il mondo del cavallo è omofobo?”

È una domanda troppo grande per le evidenze disponibili.

La domanda scientificamente più interessante è:

“Quali condizioni rendono un ambiente equestre percepito come sicuro e inclusivo dalle persone LGBTQ+?”

E questa domanda non riguarda soltanto le minoranze sessuali e di genere.

Riguarda la qualità complessiva dell'ambiente sportivo.

Un luogo nel quale una persona può essere se stessa senza paura di essere derisa è probabilmente un luogo nel quale anche altre differenze vengono gestite meglio.

E il cavallo?

C'è infine una ragione per cui questo tema ci interessa particolarmente.

Il cavallo non ha alcun interesse a conoscere l'orientamento sessuale o l'identità di genere della persona che si prende cura di lui.

Non seleziona il proprio umano sulla base di queste categorie.

Non discrimina.

Non significa che dobbiamo antropomorfizzare il cavallo attribuendogli una teoria dell'inclusione.

Significa semplicemente che queste categorie appartengono alle strutture sociali umane, non alla relazione biologica fondamentale che rende possibile l'interazione con il cavallo.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più belli dell'equitazione:

il cavallo ci costringe continuamente a confrontarci con qualcosa che non può essere ridotto alle nostre categorie sociali.

Non basta “tollerare”

La parola tolleranza può essere già un passo avanti rispetto alla discriminazione.

Ma è un obiettivo piuttosto modesto.

L'obiettivo dovrebbe essere un ambiente nel quale una persona LGBTQ+ non debba continuamente chiedersi:

“Qui posso essere me stessa?”

Un centro equestre inclusivo non è quello nel quale nessuno parla mai di differenze.

È quello nel quale la differenza non diventa una ragione per umiliare, escludere o mettere in discussione il diritto di una persona a stare lì.

E questo non richiede una particolare ideologia.

Richiede semplicemente professionalità, rispetto e regole applicate alle persone per ciò che fanno, non per ciò che sono.


Cosa dice la ricerca, in breve

Sappiamo che:

  • discriminazione e stigma nei confronti delle persone LGBTQ+ sono documentati nello sport;
  • il supporto del gruppo e un ambiente accogliente possono avere un ruolo importante nell'esperienza sportiva;
  • esiste almeno una ricerca specificamente dedicata all'equitazione che ha trovato un ambiente relativamente tollerante verso gli uomini gay, pur mostrando persistenti gerarchie e stereotipi di genere;
  • la ricerca specifica su LGBTQ+ ed equitazione è ancora molto meno sviluppata rispetto a quella sullo sport in generale;
  • sulla partecipazione transgender allo sport le evidenze biologiche e prestazionali sono ancora incomplete e non consentono di applicare automaticamente la stessa politica a ogni disciplina.

Quindi no: non possiamo dire scientificamente che “il mondo del cavallo è omofobo”.

Ma possiamo dire che l'equitazione, come qualsiasi ambiente sociale e sportivo, non è automaticamente immune da discriminazione e stereotipi, e che esiste una base scientifica per studiare e contrastare questi fenomeni.

Ricerche da leggere

Dashper K. (2012)
“Dressage Is Full of Queens!” Masculinity, Sexuality and Equestrian Sport.
The Sociological Review, 60(4), 729–749. È uno dei riferimenti più interessanti perché analizza direttamente la sessualità nel mondo equestre.

Baiocco et al. / Heliyon (2023)
Experiences of LGBTQ student-athletes in college sports: A meta-ethnography.
Sintesi qualitativa di 14 studi sulle esperienze degli atleti LGBTQ+ nello sport.

Chan et al. (2024)
Societal discrimination and mental health among transgender athletes: a systematic review and meta-analysis.
Revisione sistematica e meta-analisi sulle esperienze di discriminazione degli atleti transgender.

Shaw et al. (2024)
The perspective of current and retired world class, elite and national athletes on the inclusion and eligibility of transgender athletes in elite sport.
Studio su 175 atleti di livello nazionale, élite e mondiale sulle questioni di inclusione e criteri di partecipazione.

Krishna et al. (2026)
Trans-Inclusion in Sports: History, Scientific Evidence and Future Directions.
Revisione aggiornata delle evidenze scientifiche e delle politiche sportive relative agli atleti transgender. Gli autori sottolineano i limiti delle evidenze attualmente disponibili e la necessità di valutazioni specifiche per disciplina.

Nota metodologica: le evidenze scientifiche specifiche sull'equitazione sono ancora limitate. Per questo non è corretto trasferire automaticamente i risultati ottenuti in altri sport al mondo equestre. Dove la ricerca specifica manca, questo articolo lo dichiara esplicitamente invece di colmare il vuoto con supposizioni.

Io lo metterei nel cluster Cultura, non Normativa: qui il tema centrale è la cultura dello sport equestre, le dinamiche sociali e l'inclusione. E soprattutto il nuovo articolo è molto più forte del vecchio perché non parte da una tesi politica da dimostrare: parte dalla domanda e mostra cosa sappiamo davvero.

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