Un cavallo può perdere la propria collocazione per moltissime ragioni.
Una difficoltà economica, una malattia, un cambiamento familiare, la chiusura di una struttura, un trasferimento, la fine della carriera sportiva, l'età o semplicemente la perdita di interesse da parte di chi lo detiene.
Il ricollocamento può quindi diventare necessario in qualsiasi momento della vita di un equide.
Ma esiste una domanda che viene posta troppo raramente:
che cosa succede al cavallo quando nessuno è più disposto o in grado di occuparsene?
È qui che il problema del ricollocamento smette di essere una semplice questione di adozione e diventa una questione di tutela.
Il cavallo non è un bene che smette di avere valore quando finisce la sua utilità
Molti cavalli entrano nella vita delle persone attraverso una funzione precisa.
Sono acquistati per essere montati, competere, allevare, partecipare a determinate attività o svolgere un lavoro.
Finché quella funzione esiste, trovare una collocazione può essere relativamente semplice.
Il problema emerge quando quella funzione termina.
Un infortunio può interrompere una carriera.
L'età può rendere impossibile continuare l'attività.
Una patologia può richiedere cure incompatibili con le possibilità economiche del proprietario.
Un cavallo può semplicemente non avere le caratteristiche necessarie per raggiungere gli obiettivi per cui era stato acquistato.
A quel punto diventa un «ex».
Ed è proprio allora che può iniziare la parte più difficile della sua vita.
Quando il mercato non cerca più quel cavallo
Il mercato del cavallo è fortemente condizionato dall'utilità che gli viene attribuita.
Un cavallo giovane, sano, addestrato e utilizzabile in una determinata disciplina può avere una domanda.
Un cavallo anziano, non montabile, con una patologia cronica o destinato esclusivamente alla compagnia ha invece un bacino di potenziali interessati molto più ristretto.
Questo crea una situazione paradossale.
Il cavallo continua ad avere bisogni anche quando il mercato smette di avere interesse per lui.
Mangia. Ha bisogno di cure veterinarie. Può avere bisogno del maniscalco. Ha bisogno di spazio, gestione e assistenza.
La fine della sua utilità economica o sportiva non coincide con la fine delle sue necessità.
Il problema economico
Mantenere un cavallo per molti anni richiede risorse.
Il costo non è rappresentato soltanto dall'acquisto iniziale.
Ci sono alimentazione, pensione o gestione della struttura, veterinario, farmaci quando necessari, mascalcia o pareggio, attrezzature e tutte le spese ordinarie e straordinarie che possono accompagnare una vita molto lunga.
Quando la situazione economica di una persona cambia, il mantenimento può diventare improvvisamente difficile.
E non sempre si tratta di proprietari irresponsabili.
Una separazione, una perdita del lavoro, una malattia, un'attività che chiude o una variazione importante delle condizioni familiari possono modificare radicalmente la possibilità di sostenere le spese.
Il problema nasce quando non esiste una rete alternativa pronta a intervenire.
Quando il cavallo è deperito: segnalare è necessario, ma non basta
Una delle situazioni che più frequentemente suscita segnalazioni è quella del cavallo visibilmente magro o deperito.
La segnalazione alle autorità competenti può essere necessaria e permette di verificare le condizioni dell'animale.
Ma il sopralluogo non coincide con la soluzione.
Un cavallo può essere magro per malnutrizione o gestione inadeguata, ma anche per patologie, problemi dentali, parassitosi, difficoltà di assimilazione o altre condizioni che richiedono interventi veterinari, alimentazione specifica e tempo.
Le autorità possono formulare raccomandazioni e prescrizioni e, quando ne ricorrono i presupposti, applicare le sanzioni previste.
Ma rimane una domanda fondamentale:
chi sostiene economicamente il percorso di cura?
E se il proprietario non può o non vuole sostenerlo, chi prende il cavallo?
È qui che emerge uno dei principali limiti dell'attuale sistema.
La segnalazione non equivale alla presa in carico
Una situazione può essere accertata senza che esista automaticamente una struttura pubblica destinata a prendere in carico l'equide.
Questo significa che, in molte situazioni, il problema può trasformarsi rapidamente in una ricerca di qualcuno disposto ad accogliere il cavallo.
E spesso quel «qualcuno» sono le associazioni.
Ma le associazioni non costituiscono una rete pubblica di accoglienza.
Hanno strutture limitate, disponibilità economiche limitate e un numero limitato di persone che possono occuparsi degli animali.
Non possono prendere in carico tutti i cavalli che perdono la propria collocazione.
Il rischio del cavallo che «sparisce»
Quando il proprietario non riesce o non vuole più mantenere un cavallo, può cercare rapidamente qualcuno a cui cederlo.
Il cavallo può quindi essere trasferito, ceduto, venduto o passato attraverso più soggetti.
Formalmente può anche sembrare che il problema sia stato risolto.
Ma sparire dalla proprietà non significa essere stato tutelato.
Ogni passaggio può diventare un ulteriore punto di perdita di controllo sulla destinazione dell'animale.
Nei casi peggiori, il cavallo può finire in circuiti dai quali diventa molto difficile ricostruirne il percorso, fino ad arrivare alla macellazione.
Questo è particolarmente delicato per gli equidi che non hanno più un reale valore commerciale o sportivo.
Il problema degli ex sportivi
Esiste una categoria particolarmente evidente: quella dei cavalli usciti dal circuito sportivo.
Il sistema sportivo ha bisogno di cavalli giovani, sani, addestrati e competitivi.
Ma che cosa succede quando un cavallo non possiede più queste caratteristiche?
Non tutti possono diventare cavalli da scuola.
Non tutti possono essere utilizzati per attività differenti.
Non tutti possono essere montati.
E non tutti trovano una persona disposta a mantenerli semplicemente come cavalli da compagnia.
Qui nasce una contraddizione che non può essere ignorata.
Il sistema può generare e utilizzare il cavallo per anni, ma il «dopo» rischia di diventare improvvisamente un problema esclusivamente privato.
Nasce prima l'uovo o la gallina?
Il problema del ricollocamento non può essere risolto semplicemente dicendo alle associazioni di «trovare una famiglia».
Perché se le famiglie cercano soprattutto cavalli da montare, chi accoglie quelli che non possono più essere montati?
Se una struttura non può sostenere un cavallo anziano o con esigenze sanitarie particolari, chi lo prende?
Se le associazioni hanno raggiunto la propria capacità massima, dove va il successivo?
E se nessuno lo vuole?
Nasce prima l'uovo o la gallina?
La mancanza di disponibilità rende difficile il ricollocamento.
Ma la mancanza di strutture dedicate rende anche difficile creare quella disponibilità.
È un circolo vizioso.
Il ricollocamento non può essere soltanto un problema delle associazioni
Le associazioni svolgono un ruolo fondamentale nella tutela degli equidi, ma non possono diventare la soluzione privata di un problema che riguarda l'intero sistema.
Il principio della tutela degli animali non dovrebbe fermarsi al momento in cui un cavallo non è più utile per l'attività per cui era stato acquistato.
La tutela deve comprendere anche il periodo successivo alla carriera, alla produttività, all'utilizzo sportivo o alla capacità di essere montato.
Per questo il tema del ricollocamento dovrebbe essere affrontato molto prima che il cavallo abbia bisogno di essere ricollocato.
Come prevenire il problema
La prima forma di prevenzione è una scelta consapevole.
Prima di acquistare o adottare un cavallo è necessario considerare non soltanto il costo iniziale, ma anche la possibilità concreta di sostenerne il mantenimento per molti anni.
Anche l'allevamento richiede una programmazione responsabile.
Produrre un puledro significa assumersi la responsabilità di un animale che potrebbe vivere per decenni e che potrebbe non raggiungere mai le caratteristiche sportive o riproduttive desiderate.
Per i cavalli destinati allo sport dovrebbe inoltre essere prevista fin dall'inizio una prospettiva per il dopo carriera.
Non tutti i cavalli potranno continuare a essere montati.
Non tutti potranno essere ricollocati facilmente.
E questo dovrebbe essere considerato prima, non quando il problema è già diventato urgente.
Serve una rete per il «dopo»
Il problema del ricollocamento non riguarda soltanto chi oggi cerca una nuova casa per un cavallo.
Riguarda il modo in cui l'intero sistema considera la vita dell'equide.
Se il cavallo viene considerato soltanto finché è giovane, sano, produttivo o utilizzabile, il problema è inevitabile.
Prima o poi arriverà il momento in cui quel cavallo non potrà più offrire la prestazione per cui era stato acquistato.
E allora qualcuno dovrà occuparsene.
Quel qualcuno oggi è troppo spesso il proprietario, una nuova famiglia o un'associazione.
Ma quando nessuno di questi soggetti può farlo?
Dove va quel cavallo?
Questa è la domanda che il sistema dovrebbe porsi prima ancora che arrivi la segnalazione, prima dell'emergenza e prima dell'abbandono.
Perché il «dopo» non è un incidente.
È parte della vita di ogni cavallo.
E finché non esisterà una rete adeguata per gli equidi anziani, malati, debilitati, non più montabili o semplicemente non più desiderati, continueremo ad assistere allo stesso paradosso:
segnalazione, sopralluogo, prescrizione, forse una sanzione.
E poi?
Dove va quel cavallo?
Se la risposta è sempre «se ne occupi qualcun altro», dobbiamo avere il coraggio di dirlo:
quel qualcun altro, spesso, non esiste.
Il problema del ricollocamento non è quindi soltanto il problema di trovare una nuova casa.
È il problema di costruire una rete che renda possibile quella nuova casa.
E questa, oggi, è una delle questioni centrali della tutela degli equidi in Italia, perché senza investire risorse pubbliche, spesso mancano le soluzioni.
