SPORT IN DIVISA: QUANDO L'ATLETA È ANCHE UN MILITARE, CHI LO CONTROLLA?
In Italia una parte importante dello sport d'élite è sostenuta direttamente dalle Forze Armate e dai Corpi dello Stato. Un sistema che ha prodotto grandi risultati olimpici, ma che solleva anche una domanda poco discussa: quando l'atleta appartiene contemporaneamente allo sport e a una struttura gerarchica dello Stato, come vengono garantite indipendenza, trasparenza e tutela quando emergono contestazioni?
In Italia siamo abituati a vedere atleti sul podio con una divisa.
E spesso la cosa viene raccontata esclusivamente come un motivo di orgoglio nazionale.
Ma dietro quella divisa esiste un sistema molto più complesso.
L'atleta può essere contemporaneamente sportivo, dipendente pubblico e appartenente a una struttura militare o a un Corpo dello Stato.
Non è soltanto una questione di uniforme.
È una questione di responsabilità, trasparenza e controllo.
UN SISTEMA STRUTTURALE
Il Ministero della Difesa non considera lo sport militare un'attività marginale.
Nel proprio Report 2024 descrive l'attività sportiva come parte integrante dell'addestramento delle Forze Armate e dell'Arma dei Carabinieri e indica nei Gruppi Sportivi Militari uno strumento per sostenere lo sport d'eccellenza nazionale e internazionale.
I principali Gruppi Sportivi della Difesa sono quelli di Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare e Carabinieri.
L'Esercito comprende numerose discipline agonistiche: atletica leggera, equitazione, ginnastica, judo, lotta, karate, nuoto e tuffi, pugilato, scherma, sollevamento pesi, sport invernali, taekwondo, tiro a segno, tiro a volo, triathlon e altre specialità.
Quindi sì: in Italia lo sport d'élite può essere una professione esercitata in divisa.
Ed è proprio questo che merita di essere osservato non soltanto con gli occhi del tifoso.
NON SOLO EQUITAZIONE
Quando si parla di sport militare viene spontaneo pensare alla cavalleria e quindi all'equitazione.
Ma oggi il quadro è molto più ampio.
Il sistema dei Gruppi Sportivi Militari riguarda numerose discipline olimpiche e rappresenta una componente strutturale dello sport italiano di alto livello.
Il modello consente ad atleti selezionati di dedicarsi all'attività agonistica all'interno di una struttura pubblica, beneficiando di supporto tecnico, medico e organizzativo.
Dal punto di vista sportivo, i risultati sono evidenti.
A Parigi 2024, secondo i dati del Ministero della Difesa, erano presenti 115 atleti militari della Difesa, pari al 29% della delegazione italiana. Gli atleti della Difesa conquistarono complessivamente 19 medaglie.
È difficile negare l'efficacia sportiva del sistema.
Ma efficacia e trasparenza sono due cose diverse.
Un sistema può produrre medaglie e, contemporaneamente, meritare domande sulle proprie modalità di controllo.
PERCHÉ CON I CAVALLI LA QUESTIONE È DIVERSA
Nell'equitazione esiste un elemento che rende il problema particolarmente delicato.
C'è un animale.
Il cavallo non può presentare personalmente un reclamo.
Non può scegliere di cambiare allenatore.
Non può denunciare un comportamento.
La sua tutela dipende interamente dagli esseri umani e dalle istituzioni incaricate di intervenire.
Per questo la questione del controllo assume un peso particolare.
Il Centro Militare di Equitazione dell'Esercito riunisce infatti diverse funzioni: formazione del personale militare nel settore equestre, attività agonistica di eccellenza, addestramento e valorizzazione dell'allevamento militare e coordinamento dell'attività equestre dell'Esercito.
È quindi una struttura nella quale convivono formazione, cavalli, addestramento, attività agonistica e organizzazione militare.
Una concentrazione di funzioni che rende ancora più importante la trasparenza dei controlli.
LA DOMANDA SCOMODA
Ed eccoci alla domanda che raramente viene posta:
Se un cavaliere appartenente alle Forze Armate viene segnalato per un comportamento che potrebbe configurare maltrattamento o abuso nei confronti di un cavallo, a chi ci si rivolge?
La risposta non dovrebbe dipendere dalla notorietà dell'atleta, dal suo ruolo o dalla divisa che indossa.
Dovrebbe esistere una procedura chiara, accessibile e verificabile.
E soprattutto dovrebbe essere garantita l'indipendenza dell'accertamento.
Questo non significa affermare che un atleta militare sia meno controllabile di un atleta civile.
Significa chiedere che la posizione gerarchica dell'atleta non possa diventare un ostacolo alla denuncia o all'accertamento dei fatti.
LA FEDERAZIONE E IL SISTEMA INTERNAZIONALE
L'equitazione sportiva italiana è regolata dalla Federazione Italiana Sport Equestri, mentre nelle competizioni internazionali opera la Federazione Equestre Internazionale (FEI).
La FEI dispone di un sistema specifico per segnalare presunti abusi nei confronti dei cavalli.
Il modulo ufficiale consente di indicare l'identità dell'atleta, la federazione nazionale, il luogo e la data dell'episodio e di allegare video, fotografie e altri documenti.
La segnalazione può riguardare episodi avvenuti sia in gara sia fuori gara.
Questo significa che, almeno sul piano federale internazionale, la divisa non costituisce un'esenzione dalle regole sul benessere del cavallo.
Ed è giusto che sia così.
LA DIVISA NON PUÒ DIVENTARE UNO SCUDO
Un cavaliere in divisa deve essere sottoposto alle stesse regole di tutela del cavallo di qualsiasi altro cavaliere.
Anzi.
Se rappresenta anche un'istituzione pubblica, si potrebbe sostenere che la necessità di trasparenza sia persino maggiore.
L'Esercito stesso indica tra i valori associati alla propria attività sportiva principi come rispetto, correttezza e disciplina.
E nel 2025, presentando uno stage dedicato ai giovani cavalieri militari, l'Esercito ha richiamato anche il rispetto per il benessere dell'animale tra i principi del lavoro tecnico.
Sono principi importanti.
Ma un principio diventa davvero credibile quando esiste anche un meccanismo indipendente per verificarne il rispetto.
NON È UN PROBLEMA SOLO ITALIANO
È importante non trasformare questa riflessione in una falsa accusa di eccezionalità italiana.
L'Italia non è l'unico Paese nel quale esistono atleti sostenuti dalle Forze Armate.
La Francia, per esempio, dispone della propria “Armée de champions”, mentre la Germania sostiene lo sport d'élite attraverso la Bundeswehr.
La questione, quindi, non è semplicemente:
“Perché in Italia gli atleti indossano una divisa?”
La domanda più interessante è:
“Quanto è indipendente il sistema di controllo quando sport, carriera pubblica, gerarchia e rappresentanza istituzionale si incontrano?”
E NEL CASO DEL CAVALLO?
La questione assume oggi ulteriore interesse.
Nel marzo 2026 l'Esercito ha inaugurato a Montelibretti un nuovo allevamento equino destinato alla selezione e valorizzazione del cavallo sportivo, con l'obiettivo dichiarato di formare futuri binomi militari destinati anche alle Olimpiadi.
La stessa Forza Armata parla di una filiera strutturata, dalla selezione dei cavalli alla formazione dei giovani atleti.
È un progetto sportivo importante.
Ma proprio perché il progetto è importante, la domanda sul benessere dei cavalli deve esserlo altrettanto.
Chi controlla il controllore?
Quali sono le procedure interne?
Chi riceve una segnalazione?
Chi conduce l'eventuale accertamento?
Chi decide se un atleta può continuare ad allenarsi o competere?
Quali sono i tempi?
Quali sono le garanzie per chi segnala?
E soprattutto:
le decisioni e le eventuali sanzioni sono pubbliche e verificabili?
Non sono domande contro le Forze Armate.
Sono domande a favore della trasparenza.
PERCHÉ IL CAVALLO NON PUÒ ASPETTARE
Nel caso di un essere umano esistono molteplici possibilità di denuncia e autodifesa.
Nel caso di un cavallo, la situazione è diversa.
La tutela dipende da chi osserva.
Da chi segnala.
Da chi controlla.
Da chi decide.
E proprio per questo il sistema deve essere progettato per evitare che la reputazione dell'atleta, la sua appartenenza a una struttura prestigiosa o il peso istituzionale della divisa possano influenzare l'accertamento di un'eventuale condotta scorretta.
Il principio dovrebbe essere semplice:
la divisa non dà privilegi davanti al benessere animale.
UNA DOMANDA CHE VA OLTRE LO SPORT
Forse allora la vera questione non è che abbiamo atleti in divisa.
La questione interessante è la quantità di funzioni che, nel nostro sistema, possono incontrarsi attorno allo sport militare:
finanziamento pubblico, status militare, strutture sportive, formazione, allevamento, attività agonistica e rappresentanza istituzionale.
Più funzioni si concentrano nello stesso sistema, più diventa importante che esistano controlli esterni, trasparenti e facilmente accessibili.
E nel caso dell'equitazione c'è un motivo in più.
Perché alla fine di ogni allenamento, di ogni gara, di ogni medaglia e di ogni divisa c'è un animale.
E il cavallo non deve essere protetto dalla fama di chi lo monta. Deve essere protetto dalle regole.
FONTI E APPROFONDIMENTI
Ministero della Difesa – Report Difesa 2024
Dati sugli atleti militari della Difesa a Parigi 2024 e descrizione del sistema dei Gruppi Sportivi Militari.
Esercito Italiano – Sport Militare
Organizzazione dei Gruppi Sportivi dell'Esercito e discipline praticate.
Esercito Italiano – Centro Militare di Equitazione
Funzioni relative alla formazione, all'attività agonistica, all'allevamento e al coordinamento dell'attività equestre dell'Esercito.
Esercito Italiano – Nuovo allevamento equino dell'Esercito, 2026
Il progetto di Montelibretti per la selezione e valorizzazione del cavallo sportivo e la formazione dei binomi militari.
FEI – Horse Abuse Reporting Form
Procedura internazionale per la segnalazione di presunti abusi nei confronti dei cavalli.
CONI – Gruppi Sportivi Militari e Corpi dello Stato
Inquadramento dei Gruppi Sportivi Militari e dei gruppi sportivi dei Corpi dello Stato.
Ministère des Armées – Armée de champions
Il modello francese di sostegno agli atleti di alto livello attraverso le Forze Armate.
Bundeswehr – Sport d'élite
Il sistema tedesco di sostegno agli atleti attraverso le Forze Armate.
