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Cavallo atleta o bene sportivo? Come è cambiato lo sport equestre d'élite

Nel 2014 la sociologa Kate Dashper pubblicava su Society & Animals uno studio destinato a mettere in discussione un aspetto poco raccontato dello sport equestre d'élite: che tipo di relazione si crea tra una persona e un cavallo quando la competizione diventa anche un'attività professionale e commerciale?

Lo studio, basato su un'indagine etnografica e su interviste a 26 atleti d'élite in Inghilterra, descriveva una relazione complessa.

Il cavallo era contemporaneamente partner sportivo, individuo con il quale costruire fiducia e collaborazione, ma anche un animale dotato di un valore economico significativo e potenzialmente trasferibile da una persona all'altra.

A distanza di oltre dieci anni, molte delle domande poste da quella ricerca sono ancora attuali.

Ma qualcosa è cambiato: il welfare del cavallo è oggi diventato una questione esplicitamente riconosciuta anche all'interno della governance internazionale dello sport equestre.

Un partner, ma anche un investimento

Nello sport equestre d'élite cavallo e atleta devono collaborare per raggiungere una prestazione.

La relazione richiede quindi fiducia, comunicazione e una conoscenza approfondita delle caratteristiche individuali del cavallo.

Ma il rapporto non si esaurisce nella relazione tra due soggetti.

Ai massimi livelli entrano in gioco anche proprietari, sponsor, tecnici, veterinari, groom, organizzatori e interessi economici.

Dashper descriveva questa configurazione come una triade persona–cavallo–persona: il cavallo e l'atleta sono i protagonisti fisici della competizione, mentre una terza figura, il proprietario, può avere un ruolo determinante attraverso il finanziamento e la proprietà del cavallo.

Questo modifica la relazione.

L'atleta può essere profondamente legato al cavallo e, allo stesso tempo, non avere alcun controllo sulla sua proprietà o sul suo futuro.

Il cavallo può essere considerato un partner indispensabile e, contemporaneamente, avere un valore economico che può determinare il suo trasferimento a un'altra persona.

La commercializzazione cambia le relazioni

La ricerca del 2014 descriveva uno sport equestre diventato progressivamente più professionale e commercializzato.

L'aumento del valore economico dei cavalli sportivi può creare una pressione verso risultati rapidi e rendere più difficile la costruzione di relazioni durature tra cavallo e atleta.

Non significa che una relazione commerciale sia necessariamente incompatibile con una relazione basata sulla cura.

Un cavallo di alto valore economico può ricevere cure veterinarie eccellenti, alimentazione accurata, programmi di allenamento sofisticati e assistenza professionale.

Il problema è più complesso.

La cura dell'animale e il suo valore economico possono coincidere, ma non sono la stessa cosa.

Un cavallo può essere economicamente prezioso perché è sano, performante e ben gestito. Ma il suo valore economico può anche creare pressioni affinché continui a produrre risultati.

È proprio questa ambivalenza a rendere particolare lo status del cavallo nello sport d'élite.

Il cavallo non è un atleta umano

Dashper evidenziava inoltre una differenza fondamentale tra i due componenti del binomio.

La persona sceglie generalmente se praticare uno sport.

Il cavallo non può scegliere consapevolmente di partecipare a una competizione.

Questo crea una responsabilità specifica per chi decide il programma di allenamento, le gare, le cure e i limiti entro i quali il cavallo viene impiegato.

Non basta quindi chiedersi se una determinata attività sia accettata dal pubblico o dalla persona che la pratica.

Occorre chiedersi quali condizioni siano necessarie perché il cavallo possa essere coinvolto nello sport senza compromettere il suo benessere.

Dal dibattito accademico alle regole internazionali

Questa domanda è diventata ancora più rilevante negli ultimi anni.

Nel 2023 la Commissione Equine Ethics and Wellbeing istituita dalla FEI ha pubblicato il proprio rapporto sul futuro del welfare nello sport equestre.

Tra le questioni individuate compaiono proprio alcuni dei problemi già descritti dalla letteratura precedente: il rapporto tra pressione competitiva e benessere, il rischio di considerare il cavallo come un numero o un oggetto, l'idoneità alla competizione, la gestione delle condizioni fisiche e psicologiche e ciò che accade al cavallo nelle ore lontane dalla gara.

È un cambiamento importante.

Nel 2014 la commercializzazione dello sport e la possibile trasformazione del cavallo da partner a bene economico erano soprattutto oggetto di analisi sociologica.

Oggi il rapporto tra pressione competitiva, commercializzazione e welfare è entrato esplicitamente nell'agenda istituzionale della FEI.

La FEI oggi parla di cavallo come essere senziente

Nel regolamento FEI aggiornato al 2024, la Carta Equestre stabilisce che il benessere del cavallo deve essere prioritario e che chi partecipa allo sport deve riconoscere il cavallo come un essere senziente, capace di esperire emozioni positive e negative.

La Carta impegna inoltre le persone coinvolte nello sport a sviluppare continuamente le proprie conoscenze sul comportamento e sui bisogni del cavallo e a utilizzare informazioni basate sulle evidenze scientifiche.

Questo rappresenta un'evoluzione significativa rispetto alla semplice idea di "buona cura".

Il welfare non viene più definito soltanto attraverso alimentazione, assistenza veterinaria e assenza di lesioni.

Comprende anche comportamento, stato emotivo, ambiente e possibilità di vivere una buona vita.

La pressione per l'eccellenza rimane

Il fatto che oggi esistano maggiori regole e una maggiore attenzione al welfare non significa che la tensione descritta da Dashper sia scomparsa.

Al contrario, la stessa FEI ha individuato tra le proprie sei aree prioritarie la “Competitive Drive and Treating Horses as Objects”, cioè la pressione competitiva e il rischio di trattare il cavallo come un oggetto o un semplice numero.

Nel piano d'azione approvato nel 2024 compaiono inoltre aree come:

  • allenamento, monta, finimenti e attrezzatura;

  • riconoscimento dello stress fisico ed emotivo;

  • responsabilità e sistemi di controllo;

  • le "altre 23 ore" della vita del cavallo;

  • pressione competitiva e rischio di oggettificazione;

  • idoneità alla competizione e possibile mascheramento dei problemi di salute.

È difficile trovare una conferma più diretta dell'attualità delle domande poste dalla ricerca di Dashper.

Il cavallo sportivo vive anche fuori dal campo gara

Una delle evoluzioni più interessanti del dibattito contemporaneo riguarda proprio il concetto delle “altre 23 ore”.

Il welfare non può essere valutato soltanto osservando ciò che accade durante una gara.

Un cavallo può essere perfettamente preparato per una competizione e, contemporaneamente, avere condizioni di vita quotidiana non adeguate alle sue esigenze.

Per questo oggi si presta maggiore attenzione anche a gestione, movimento, socialità, riposo, alimentazione, trasporto, stabulazione e possibilità di esprimere comportamenti specie-specifici.

È un cambio di prospettiva importante: il cavallo non è soltanto ciò che vediamo durante i pochi minuti della gara.

La triade è diventata ancora più complessa

La relazione descritta da Dashper come triangolo cavallo–atleta–proprietario oggi può essere ancora più articolata.

Un cavallo sportivo di alto livello può essere seguito da:

  • proprietario o proprietari;

  • atleta;

  • groom;

  • allenatore;

  • veterinario;

  • fisioterapista;

  • maniscalco;

  • nutrizionista;

  • team manager;

  • sponsor e altri soggetti economici.

Il cavallo diventa quindi il centro di una rete di persone con responsabilità, interessi e livelli di coinvolgimento differenti.

Questo rende ancora più importante stabilire chi prende le decisioni quando il benessere del cavallo entra in conflitto con la prestazione sportiva.

Chi decide quando il cavallo non è più idoneo?

È una delle questioni etiche più difficili dello sport equestre.

Se il cavallo ha un valore economico elevato e una carriera costruita attorno alla competizione, interrompere l'attività può comportare una perdita economica importante.

Ma se continuare a competere comporta un rischio per la salute, il valore economico non può diventare il criterio decisivo.

La stessa FEI oggi include tra le proprie priorità il tema dei cavalli “Not Fit to Compete”, cioè non idonei alla competizione, e quello del possibile mascheramento di problemi di salute.

È un segnale importante perché riconosce esplicitamente una delle contraddizioni dello sport professionistico: la prestazione può creare incentivi che non coincidono sempre con ciò che è meglio per il cavallo.

È cambiata anche la definizione di buona equitazione?

Probabilmente sì.

Nel passato la qualità della relazione veniva spesso associata alla capacità di ottenere armonia, obbedienza e prestazione.

Oggi il concetto di welfare sta ampliando questa prospettiva.

Una buona relazione dovrebbe comprendere anche la capacità di riconoscere stress, dolore e disagio, modificare il programma quando necessario e rinunciare alla prestazione quando il cavallo non è nelle condizioni di sostenerla.

Questo significa che la competenza equestre non consiste soltanto nel portare un cavallo al risultato.

Comprende anche la capacità di capire quando quel risultato non deve essere perseguito.

Dal cavallo come partner al cavallo come soggetto

La ricerca di Dashper descriveva una contraddizione che rimane tuttora centrale.

Il cavallo sportivo è contemporaneamente:

un partner con il quale costruire una relazione;

un atleta;

un individuo senziente;

un investimento economico;

un bene che può essere acquistato e venduto;

un soggetto sottoposto a decisioni umane sulle quali non può esercitare un consenso informato.

Queste categorie non si escludono necessariamente a vicenda.

È proprio la loro sovrapposizione a rendere lo sport equestre d'élite eticamente complesso.

Cosa è cambiato dal 2014?

La ricerca di Dashper non è diventata obsoleta.

Al contrario, molte delle sue domande sono oggi ancora più visibili.

La differenza principale è che nel frattempo il settore internazionale ha riconosciuto formalmente che la pressione competitiva, la commercializzazione, l'uso del cavallo come "numero o oggetto", l'idoneità alla gara e la gestione quotidiana sono questioni centrali di welfare.

Nel 2024 la FEI ha approvato un Equine Welfare Strategy Action Plan con 37 azioni e ha istituito un fondo dedicato al welfare equino di 1 milione di franchi svizzeri. Il piano comprende interventi su allenamento, finimenti, stress fisico ed emotivo, responsabilità, controllo, vita fuori dalla competizione, pressione competitiva e idoneità alla gara.

Questo non significa che il problema sia risolto.

Significa che oggi esiste un riconoscimento istituzionale molto più esplicito del fatto che il successo sportivo non può essere considerato separatamente dal benessere del cavallo.

La domanda resta aperta

Nel 2014 Kate Dashper si chiedeva se i cavalli dello sport d'élite fossero strumenti del mestiere oppure parte della famiglia.

Oggi potremmo formulare la domanda in modo ancora più ampio:

può un cavallo essere contemporaneamente atleta, partner e bene economico senza che il valore commerciale prevalga sul suo benessere?

Non esiste una risposta semplice.

Ma una cosa è cambiata: la questione non riguarda più soltanto l'opinione di singoli ricercatori, atleti o associazioni.

È diventata una delle questioni centrali che lo stesso sport equestre internazionale dichiara di dover affrontare.

La vera sfida, ora, sarà capire se le nuove dichiarazioni, strategie e regole riusciranno a modificare concretamente le pratiche quotidiane.

Perché il welfare del cavallo non si misura soltanto quando entra in campo.

Si misura anche nelle decisioni che vengono prese quando nessuno sta guardando.

Riferimenti

Dashper K. (2014). Tools of the Trade or Part of the Family? Horses in Competitive Equestrian Sport. Society & Animals, 22(4), 352–371. DOI: 10.1163/15685306-12341343.

FEI, Equine Ethics and Wellbeing Commission – A Good Life for Horses, Final Report, 2023.

FEI, Equine Welfare Strategy Action Plan, 2024.

FEI, General Regulations – Equestrian Charter, aggiornamento 2024.

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