È possibile amare profondamente un cavallo e, allo stesso tempo, considerarlo un investimento?
È possibile occuparsi con grande attenzione della sua salute perché è un animale a cui si è affezionati e, contemporaneamente, perché deve continuare a competere?
E cosa succede quando il valore economico di un cavallo dipende dalla sua capacità di svolgere una determinata funzione?
Sono domande scomode, ma la ricerca sulla relazione uomo-cavallo ha iniziato ad affrontarle in modo sempre più esplicito.
Il tema non è stabilire chi ami davvero il proprio cavallo e chi invece lo consideri soltanto una merce.
È più complesso.
La stessa relazione può contenere contemporaneamente affetto, attaccamento, cura, investimento economico, aspettative e interesse per la performance.
Ed è proprio questa ambivalenza a rendere il rapporto tra cavallo e mercato un tema interessante per la ricerca sul benessere animale.
Dal compagno al bene economico
Nella società contemporanea il cavallo non è più principalmente un animale da lavoro, trasporto o guerra.
È diventato soprattutto un animale utilizzato per sport, ricreazione, turismo, attività assistite e compagnia.
Questo cambiamento ha modificato anche il modo in cui le persone si relazionano con i cavalli.
Il cavallo può essere contemporaneamente un individuo con il quale si sviluppa una relazione significativa e un bene che può essere acquistato, venduto, assicurato, trasferito o valorizzato economicamente.
Questa doppia natura è particolarmente evidente nello sport equestre.
Un cavallo può essere un compagno di gara, ma anche un atleta di valore economico.
Può essere amato dal proprio cavaliere e contemporaneamente rappresentare un investimento per un proprietario.
Può essere considerato parte della famiglia e, se non raggiunge le aspettative sportive, essere sostituito con un altro soggetto.
La ricerca sociologica ha iniziato a studiare proprio questa contraddizione.
"Strumento di lavoro" o parte della famiglia?
Uno degli studi più citati sul tema è quello di Katherine Dashper, pubblicato nel 2014 su Society & Animals con il titolo Tools of the Trade or Part of the Family? Horses in Competitive Equestrian Sport.
La ricerca si basava su un'indagine etnografica dello sport equestre competitivo in Inghilterra, comprendente interviste a 26 cavalieri di livello élite.
Dashper ha analizzato la trasformazione della relazione uomo-cavallo all'interno di uno sport sempre più professionalizzato e commercializzato.
Il risultato è particolarmente interessante: il cavallo può essere contemporaneamente percepito come partner e compagno e come merce acquistabile e vendibile.
Secondo lo studio, l'aumento del valore economico dei cavalli sportivi e la pressione per ottenere risultati rapidamente possono rendere più difficile costruire relazioni profonde e durature tra cavallo e cavaliere. (Brill)
Non significa che la commercializzazione elimini necessariamente l'affetto.
Significa che introduce nella relazione una seconda logica: quella del mercato.
Il cavallo che vale perché performa
Nel sistema sportivo il valore economico di un cavallo può dipendere fortemente dalle sue caratteristiche atletiche.
Un soggetto promettente può avere un valore elevato.
Un cavallo che ottiene risultati può aumentare ulteriormente il proprio valore.
Un cavallo che non raggiunge le aspettative può invece perdere valore commerciale.
Questa dinamica non riguarda soltanto il prezzo di vendita.
Può influenzare le decisioni relative all'allenamento, alla carriera, alla gestione e persino alla permanenza del cavallo all'interno di una determinata struttura.
È qui che il concetto di strumentalizzazione diventa importante.
Il cavallo non viene necessariamente trattato male.
Può ricevere alimentazione accurata, assistenza veterinaria, fisioterapia, ferratura, cure quotidiane e strutture costose.
Ma la domanda diventa:
quelle cure vengono offerte perché sono considerate un dovere verso il cavallo oppure principalmente perché permettono al cavallo di continuare a svolgere il proprio lavoro?
Le due motivazioni possono naturalmente coesistere.
Ed è proprio questa sovrapposizione che la ricerca recente sta cercando di comprendere.
La ricerca più recente: oggettivazione e strumentalizzazione della cura
Nel 2025 Cheung, Mills e Ventura hanno pubblicato su Animal Welfare uno studio qualitativo particolarmente rilevante: “But my horse is well cared for”: A qualitative exploration of cognitive dissonance and enculturation in equestrian attitudes toward performance horses and their welfare.
I ricercatori hanno intervistato 22 equestri impegnati in discipline equestri classiche negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.
L'analisi ha individuato cinque temi principali:
percezione dei problemi di welfare;
concezioni contrastanti di una "buona vita" per il cavallo;
oggettivazione del cavallo;
strumentalizzazione della cura;
inculturazione, cioè il modo in cui atteggiamenti e pratiche vengono acquisiti e normalizzati all'interno della cultura equestre. (PubMed)
È probabilmente uno degli studi più importanti da inserire in questo articolo perché porta il discorso molto oltre la semplice "commercializzazione".
Il cavallo può essere molto curato e contemporaneamente essere considerato uno strumento
Uno dei risultati più interessanti della ricerca del 2025 è proprio questo apparente paradosso.
I partecipanti dichiaravano attenzione al welfare dei propri cavalli.
Ma, nello stesso tempo, emergevano concezioni nelle quali il valore del cavallo era fortemente collegato alla sua capacità di svolgere il proprio ruolo sportivo.
Gli autori descrivono questa dinamica come instrumentalisation of horse care: alcune pratiche di cura possono essere orientate soprattutto alla funzione sportiva del cavallo e alla sua performance.
Quindi un cavallo può ricevere cure eccellenti e, contemporaneamente, essere percepito principalmente attraverso ciò che è in grado di fare. (PubMed Central (PMC))
Questo è un punto fondamentale.
Buona cura e assenza di strumentalizzazione non sono necessariamente la stessa cosa.
Quando "prendersi cura" significa mantenere la performance
Immaginiamo un cavallo sportivo che riceva:
visite veterinarie regolari, alimentazione accurata, fisioterapia, mascalcia qualificata, riposo programmato e un allenamento attentamente organizzato.
Dal punto di vista del welfare fisico, tutto questo può essere estremamente positivo.
Ma può esistere una seconda domanda:
per quale motivo vengono garantite queste cure?
Se la risposta è esclusivamente "perché così il cavallo può continuare a competere", la cura assume una dimensione strumentale.
Se invece la salute del cavallo viene considerata un valore indipendentemente dalla sua produttività sportiva, la prospettiva cambia.
Naturalmente nella realtà le motivazioni possono essere entrambe presenti.
La ricerca non dice che gli equestri non si prendano cura dei propri cavalli.
Dice qualcosa di più interessante: il modo in cui concepiamo il valore del cavallo può influenzare il modo in cui interpretiamo e organizziamo la sua cura. (PubMed Central (PMC))
Il problema dell'oggettivazione
Lo studio del 2025 individua anche il tema dell'objectification of the horse, cioè l'oggettivazione.
Un cavallo può essere considerato in misura crescente attraverso le caratteristiche che lo rendono utile:
velocità, forza, talento, disponibilità, capacità atletica, docilità, affidabilità o risultati agonistici.
Queste caratteristiche hanno naturalmente importanza nella scelta di un cavallo sportivo.
Il problema nasce quando la funzione finisce per diventare il principale criterio attraverso il quale viene attribuito valore all'individuo.
Un cavallo che non può più competere non dovrebbe diventare automaticamente un cavallo che "vale meno".
Ma il mercato può produrre esattamente questo effetto: il valore economico può diminuire quando diminuisce la capacità di svolgere la funzione per la quale il cavallo era stato acquistato.
La cultura equestre può normalizzare determinate pratiche
Un altro concetto importante emerso dalla ricerca è quello di enculturation.
Chi entra in un ambiente equestre impara non soltanto a montare e gestire un cavallo.
Impara anche ciò che, all'interno di quella comunità, viene considerato normale.
Quali pratiche sono accettabili.
Quali comportamenti del cavallo vengono considerati normali.
Quanto lavoro è considerato appropriato.
Quali sistemi di gestione sono dati per scontati.
Quali segnali di disagio vengono riconosciuti e quali invece minimizzati.
Questo processo non è necessariamente consapevole.
Fa parte del modo in cui una cultura professionale o sportiva trasmette conoscenze, valori e comportamenti.
Secondo gli autori dello studio del 2025, proprio l'inculturazione può contribuire alla persistenza di pratiche che compromettono il welfare, rendendo più difficile modificarle. (PubMed)
"Ma il mio cavallo è trattato benissimo"
Il titolo dello studio del 2025 è particolarmente efficace proprio perché sintetizza una possibile tensione.
Una persona può percepire sinceramente il proprio cavallo come molto ben curato.
Può spendere moltissimo per la sua salute.
Può essere affezionata.
Può preoccuparsi quando il cavallo sta male.
E contemporaneamente può accettare pratiche che limitano alcuni bisogni comportamentali perché considera prioritario il lavoro sportivo.
Non necessariamente perché non le importa del cavallo.
Può accadere perché la cultura nella quale è inserita ha insegnato a considerare quelle pratiche normali, necessarie o inevitabili.
Gli autori collegano questo fenomeno anche alla dissonanza cognitiva: il disagio che può nascere quando ciò che una persona pensa di fare per il bene del cavallo entra in conflitto con alcune conseguenze delle proprie pratiche. (PubMed Central (PMC))
Non tutto il mercato è sfruttamento
È importante non cadere nell'estremo opposto.
La presenza di un valore economico non significa automaticamente sfruttamento.
Una persona può acquistare un cavallo e costruire con lui una relazione estremamente rispettosa.
Un allevatore può selezionare cavalli e contemporaneamente preoccuparsi profondamente del loro benessere.
Un atleta può voler vincere una competizione e considerare comunque prioritario non compromettere la salute del proprio cavallo.
Il problema scientificamente interessante non è quindi:
mercato = maltrattamento.
È piuttosto:
come il valore economico e la funzione assegnata al cavallo influenzano le decisioni umane che riguardano la sua vita?
Questa è una domanda molto più difficile e molto più utile.
Il cavallo può essere "famiglia" e investimento contemporaneamente
La relazione uomo-cavallo contemporanea sfugge alle categorie semplici.
Una persona può considerare il proprio cavallo parte della famiglia e, allo stesso tempo, sapere esattamente quanto vale sul mercato.
Può essere emotivamente legata a un cavallo e venderlo perché non è più adatto alla disciplina praticata.
Può comprare un cavallo con un obiettivo sportivo e sviluppare successivamente un rapporto affettivo profondo.
Può decidere di ritirarlo dalle competizioni proprio perché la relazione è diventata più importante del risultato.
Non esiste necessariamente una contraddizione psicologica assoluta.
Esiste una relazione nella quale valore affettivo, valore funzionale e valore economico possono coesistere.
Ed è proprio questa complessità che la ricerca sta cercando di descrivere.
La cura dovrebbe dipendere dalla funzione?
Qui emerge una domanda etica fondamentale.
Se un cavallo è un atleta, le sue cure devono essere finalizzate alla performance.
Ma cosa succede quando non è più un atleta?
Se il suo valore economico diminuisce, diminuisce anche il livello di cura?
Se non può più competere, continua ad avere accesso alle stesse risorse?
Se viene venduto, quanto della relazione costruita con la persona precedente viene considerato?
Sono domande particolarmente importanti perché la vita di molti cavalli attraversa più proprietari, più discipline e più funzioni.
Un cavallo può essere allevato per le corse, venduto per il salto ostacoli, trasferito a un privato e infine diventare un animale da compagnia.
La funzione cambia. L'individuo rimane.
Un'altra ricerca recente: scegliere dal punto di vista del cavallo
Nel 2026 è stato pubblicato uno studio di Watson, Jessiman e Dwyer che aggiunge un elemento molto interessante alla discussione.
I ricercatori hanno intervistato 14 proprietari di cavalli nel Regno Unito e in Irlanda per comprendere come decidono le modalità di gestione dei propri animali.
Il lavoro si concentra sui cosiddetti 3F in inglese:
Friends (amici in italiano) – contatto sociale con altri cavalli;
Forage (foraggio) – accesso a foraggio adeguato;
Freedom (libertà) – possibilità di movimento.
I partecipanti mostravano una buona consapevolezza delle esigenze comportamentali dei cavalli, ma incontravano difficoltà pratiche nel garantirle, soprattutto quando le regole delle strutture di pensione limitavano accesso al foraggio, movimento o socializzazione. (Cambridge)
È un risultato interessante perché mostra che anche quando il proprietario vuole mettere il cavallo al centro delle decisioni, la gestione reale può essere condizionata da infrastrutture, regole, paura degli infortuni, costi e organizzazione della struttura.
Quindi il problema non è sempre una mancanza di interesse.
A volte è un conflitto tra ciò che la persona ritiene ideale e ciò che il sistema rende concretamente possibile.
Il vero valore di un cavallo
La ricerca non ci chiede di eliminare il mercato.
Ci chiede piuttosto di interrogarci su come attribuiamo valore agli animali con cui condividiamo le nostre attività.
Un cavallo può avere un valore economico.
Può avere un valore sportivo.
Può avere un valore riproduttivo.
Può avere un valore affettivo.
Può essere importante per una persona perché rappresenta un'esperienza, un lavoro o una passione.
Ma nessuno di questi valori dovrebbe cancellare il fatto che il cavallo è un individuo con esigenze comportamentali e fisiologiche proprie.
Ed è proprio qui che il concetto di welfare diventa fondamentale.
Amare non basta
Forse la conclusione più interessante non è che l'amore per il cavallo sia falso quando entra in gioco il denaro.
È il contrario.
L'affetto può essere autentico e, nello stesso tempo, non essere sufficiente a garantire il benessere.
Una persona può amare il proprio cavallo e non conoscere adeguatamente i suoi bisogni.
Può amarlo e interpretare un comportamento attraverso categorie umane.
Può amarlo e considerare normale una pratica che limita la sua libertà comportamentale.
Può amarlo e continuare a privilegiare la sua funzione sportiva.
Questo non rende automaticamente falsa la relazione.
Dimostra però che l'affetto e la conoscenza scientifica non sono la stessa cosa.
Il welfare richiede entrambe le cose: attenzione alla relazione, ma anche capacità di osservare il cavallo come individuo e comprendere i suoi bisogni attraverso evidenze scientifiche.
Dalla domanda "quanto vale?" alla domanda "di cosa ha bisogno?"
Forse è questo il cambiamento culturale più importante.
Quando guardiamo un cavallo sportivo possiamo chiederci:
Quanto vale?
Quanto può saltare?
Quanto può correre?
Quanto può vincere?
Quanto potrà essere venduto?
Ma possiamo anche porci una domanda completamente diversa:
Di cosa ha bisogno questo cavallo per vivere una vita compatibile con il suo benessere?
Le due prospettive non sono necessariamente incompatibili.
Ma quando entrano in conflitto, il welfare del cavallo dovrebbe avere la precedenza sulla sua utilità economica.
Perché un cavallo può perdere il proprio valore sul mercato.
Può perdere il proprio valore sportivo.
Può cambiare proprietario.
Può smettere di competere.
Ma non smette per questo di essere un individuo con bisogni propri.
Cosa dice la ricerca
Dashper K. (2014). Tools of the Trade or Part of the Family? Horses in Competitive Equestrian Sport. Society & Animals, 22(4), 352–371. DOI: 10.1163/15685306-12341343. Lo studio, basato anche su interviste a 26 cavalieri d'élite, analizza la tensione tra cavallo come partner e cavallo come merce nello sport equestre commercializzato. (Brill)
Cheung E., Mills D., Ventura B.A. (2025). “But my horse is well cared for”: A qualitative exploration of cognitive dissonance and enculturation in equestrian attitudes toward performance horses and their welfare. Animal Welfare, 34, e50. DOI: 10.1017/awf.2025.10028. Lo studio ha coinvolto 22 equestri di Stati Uniti, Canada e Regno Unito e ha individuato, tra gli altri, i temi dell'oggettivazione del cavallo, della strumentalizzazione della cura e dell'inculturazione. (PubMed)
Watson W.L., Jessiman L.J., Dwyer C. (2026). Choice for the horse is paramount: Owners’ experiences in facilitating friends, forage, and freedom in their management practices. Animal Welfare, 35, e48. DOI: 10.1017/awf.2026.10107. Lo studio esplora le difficoltà incontrate dai proprietari nel garantire socialità, foraggio e libertà di movimento, anche in relazione alle regole delle strutture di pensione. (Cambridge)
In sintesi
La ricerca non dimostra che chi ama i cavalli li consideri necessariamente una merce.
Dimostra qualcosa di più complesso: nella cultura equestre possono convivere affetto, cura, valore economico e valore funzionale, e proprio questa sovrapposizione può influenzare il modo in cui vengono prese decisioni sul cavallo.
Studiare questa dinamica non significa accusare chi vive con i cavalli.
Significa comprendere meglio come si possa passare dal prendersi cura di un cavallo perché ci serve a prendersi cura di lui anche quando non ci serve più.
