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Una fossa di sepoltura degli antichi Avari

La “sindrome dell’equitazione”: cosa raccontano le ossa di chi ha vissuto a cavallo?

L’equitazione è un’attività umana che ha interessato a lungo bioantropologi e paleopatologi, perché alcune modificazioni dello scheletro possono fornire informazioni sulle attività abituali praticate dalle popolazioni del passato.

Tra gli indicatori studiati esiste quella che nella letteratura scientifica viene definita “horse-riding syndrome”, o “sindrome dell’equitazione”: un insieme di caratteristiche scheletriche che sono state associate alla pratica abituale e prolungata dell’equitazione.

Il termine, tuttavia, va utilizzato con cautela. Non si tratta di una sindrome clinica nel senso medico del termine e, soprattutto, non esiste un singolo cambiamento dello scheletro che permetta di stabilire con certezza che una persona andasse abitualmente a cavallo. La ricerca più recente ha infatti evidenziato che alcuni di questi marcatori possono essere prodotti anche da altre attività che sottopongono il corpo a sollecitazioni biomeccaniche simili.

Lo studio sulla popolazione avara

Nel 2022 Birgit Bühler e Sylvia Kirchengast hanno pubblicato sulla rivista Anthropological Review lo studio “A Life on Horseback? Prevalence and correlation of metric and non-metric traits of the ‘horse-riding syndrome’ in an Avar population (7th–8th century AD) in Eastern Austria”. (DOI)

La ricerca ha analizzato i resti scheletrici di 149 individui adulti appartenenti alla popolazione avara sepolta nel cimitero di Csokorgasse, a Vienna, e datata al VII-VIII secolo d.C. Il campione comprendeva 72 femmine e 77 maschi.

Il contesto archeologico è particolarmente interessante. Le fonti storiche descrivono infatti i guerrieri avari come esperti nell’uso del cavallo, compreso il tiro con l’arco a cavallo e altre forme di combattimento montato. Per questo motivo è ragionevole ipotizzare che una parte della popolazione analizzata trascorresse molte ore a cavallo e rappresenti quindi un gruppo particolarmente utile per studiare i possibili effetti scheletrici di una pratica equestre abituale. (DOI)

Gli autori hanno esaminato diversi marcatori, sia qualitativi sia quantitativi. Tra questi le faccette di Poirier, alcune modificazioni della regione della testa e del collo del femore, le entesi muscolari, l’indice di ovalizzazione dell’acetabolo (IOA) e il punteggio di robustezza delle entesi (ERS).

Le faccette di Poirier sono modificazioni localizzate nella regione prossimale del femore e rappresentano uno dei marcatori tradizionalmente associati alla pratica abituale dell’equitazione.

L’indice di ovalizzazione dell’acetabolo misura invece la forma dell’acetabolo, la cavità dell’osso dell’anca che accoglie la testa del femore. Una maggiore elongazione verticale dell’acetabolo è stata proposta come possibile indicatore di una prolungata posizione seduta a cavallo e delle sollecitazioni esercitate sull’articolazione coxo-femorale.

Le entesi sono le zone in cui tendini e legamenti si inseriscono sull’osso. La loro morfologia può modificarsi in relazione ai carichi meccanici, anche se interpretare queste modificazioni come conseguenza di una specifica attività richiede particolare cautela.

Che cosa hanno trovato i ricercatori?

Lo studio ha rilevato differenze significative tra maschi e femmine nella frequenza di alcuni marcatori, tra cui le faccette di Poirier, i cambiamenti cribriformi e le entesi dei muscoli glutei.

I maschi presentavano inoltre valori significativamente più elevati dell’indice di ovalizzazione dell’acetabolo e del punteggio di robustezza delle entesi.

Un risultato particolarmente interessante è stato l’individuazione di associazioni positive tra diversi marcatori. Le faccette di Poirier, le entesi glutee pronunciate, l’ovalizzazione dell’acetabolo e la robustezza delle entesi risultavano correlate anche tenendo conto di sesso ed età.

Secondo gli autori, la presenza combinata di questi caratteri potrebbe quindi costituire un insieme di indicatori utile per riconoscere, in un contesto archeologico, persone che praticavano abitualmente l’equitazione.

La conclusione è importante proprio perché non si basa su un singolo tratto scheletrico, ma sulla combinazione di più caratteristiche.

Ma quanto è sicura questa interpretazione?

Qui la ricerca più recente introduce una necessaria precisazione.

Già nel lavoro del 2022 gli autori riconoscevano che i singoli elementi della cosiddetta “sindrome dell’equitazione” erano oggetto di discussione. Inoltre, lo studio presentava un limite metodologico importante: non disponeva di un vero gruppo di confronto, cioè di una popolazione di non cavalieri utilizzabile come controllo. Gli stessi autori lo indicano tra le limitazioni della ricerca. (Riviste Università di Lodz)

Questo problema è diventato ancora più evidente nella ricerca successiva.

Nel 2024 è stata pubblicata una revisione intitolata “Tracing horseback riding and transport in the human skeleton”, dedicata proprio alla possibilità di identificare l’equitazione attraverso le modificazioni dello scheletro umano. Gli autori sottolineano che le patologie e le modificazioni scheletriche umane non sono indicatori sufficientemente affidabili dell’equitazione antica se non vengono utilizzati insieme a comparazioni adeguate e ad altre evidenze archeologiche. (PubMed Central (PMC))

Il problema è quello che in archeologia viene definito, in sostanza, equifinalità: più attività differenti possono produrre risposte scheletriche simili.

Per esempio, l’ovalizzazione dell’acetabolo è stata collegata alla posizione del corpo durante l’equitazione, ma una posizione prolungata dell’anca in flessione non è esclusiva di chi monta a cavallo. Anche altre attività caratterizzate da una postura seduta o accovacciata possono sottoporre l’articolazione a sollecitazioni comparabili. (PubMed Central (PMC))

Lo stesso problema riguarda le entesi. Le modificazioni nelle zone di inserzione muscolare possono riflettere il carico meccanico, ma non identificano necessariamente una sola attività. La ricerca del 2024 sottolinea, per esempio, che le modificazioni associate ai muscoli adduttori sono state spesso considerate particolarmente indicative dell’equitazione, senza che siano state ancora confrontate sistematicamente con tutte le altre attività di trasporto e locomozione praticate dalle popolazioni antiche. (PubMed Central (PMC))

Anche lo stile di equitazione può fare la differenza

Un altro elemento interessante emerso dalla ricerca è che non esiste necessariamente un’unica “postura del cavaliere”.

Il modo di stare a cavallo, il tipo di sella, la presenza o meno delle staffe e la tecnica utilizzata possono modificare la distribuzione dei carichi sullo scheletro.

La ricerca bioarcheologica ha infatti cercato di distinguere anche gli effetti dell’attrezzatura equestre. Alcune modificazioni del ginocchio sono state proposte come possibili indicatori dell’utilizzo delle staffe, mentre la posizione delle gambe e dell’anca può variare in funzione dello stile di monta e dell’attrezzatura utilizzata. (PubMed Central (PMC))

Questo significa che parlare genericamente di “scheletro del cavaliere” può essere riduttivo: la biomeccanica dell’equitazione dipende da come si monta, per quanto tempo, con quale attrezzatura e quale attività viene svolta a cavallo.

La ricerca sul rapporto tra equitazione e scheletro continua

La questione è diventata particolarmente importante anche nello studio delle origini dell'equitazione.

Nel 2023 una ricerca pubblicata su Science Advances ha proposto evidenze bioantropologiche compatibili con l’equitazione in alcuni individui della cultura Yamnaya dell’età del Bronzo, sulla base della presenza combinata di diversi marcatori scheletrici. Gli autori hanno utilizzato una soglia diagnostica basata sulla presenza di almeno quattro categorie di sei caratteristiche scheletriche considerate indicative dell’attività equestre. (PubMed Central (PMC))

Questi risultati hanno avuto grande risonanza perché l’eventuale utilizzo del cavallo per la monta tra le popolazioni Yamnaya avrebbe conseguenze importanti per la ricostruzione della mobilità e delle trasformazioni sociali dell’Eurasia preistorica.

Ma anche questo filone di ricerca deve essere interpretato con prudenza.

La revisione del 2024 ha infatti sottolineato i rischi di dedurre l’equitazione esclusivamente da caratteristiche scheletriche, soprattutto quando mancano popolazioni di confronto adeguate o altre evidenze archeologiche indipendenti. Per ricostruire l’utilizzo del cavallo nel passato è quindi preferibile integrare antropologia fisica, archeologia, resti equini, attrezzatura equestre e contesto funerario, invece di cercare un singolo “marcatore decisivo”. (PubMed Central (PMC))

Che cosa ci insegna questa ricerca?

La cosiddetta “sindrome dell’equitazione” è dunque un interessante strumento della bioarcheologia, ma non dovrebbe essere trasformata in una diagnosi automatica.

La combinazione di faccette di Poirier, modificazioni dell’acetabolo ed entesi particolarmente sviluppate sembra avere un potenziale maggiore rispetto all'osservazione isolata di un singolo carattere. Lo studio sulla popolazione avara del VII-VIII secolo fornisce un'importante evidenza a sostegno di questa possibilità. (DOI)

Allo stesso tempo, la letteratura successiva invita a non confondere correlazione con causalità.

Una modificazione dello scheletro può essere compatibile con una lunga pratica equestre senza essere necessariamente causata esclusivamente dall’equitazione. Per stabilire l’origine di un cambiamento occorrono popolazioni di confronto, campioni adeguati e, quando possibile, più linee indipendenti di evidenza.

È una distinzione fondamentale anche quando si parla di ricerca scientifica applicata al mondo equestre contemporaneo.

Questo filone di studi, infatti, riguarda principalmente lo scheletro umano e la ricostruzione delle attività svolte dalle persone nel passato. Non può essere utilizzato, da solo, per stabilire gli effetti dell’equitazione sul cavallo né per formulare conclusioni sul suo benessere.

Il valore della ricerca sta piuttosto nel mostrare quanto un'attività equestre praticata in maniera intensa e prolungata possa lasciare tracce misurabili sul corpo umano e, contemporaneamente, quanto sia complesso interpretare correttamente quelle tracce.

Fonti scientifiche

Bühler B., Kirchengast S. (2022), A Life on Horseback? Prevalence and correlation of metric and non-metric traits of the “horse-riding syndrome” in an Avar population (7th–8th century AD) in Eastern Austria, Anthropological Review, 85(3), 67–82. (DOI)

Berthon W., Tihanyi B., Kis L. et al. (2019), Horse riding and the shape of the acetabulum: Insights from the bioarchaeological analysis of early Hungarian mounted archers (10th century), International Journal of Osteoarchaeology, 29, 117–126. Lo studio evidenzia anche le difficoltà metodologiche nel definire quali modificazioni debbano essere effettivamente considerate parte della “horse-riding syndrome”. (Wiley Online Library)

Trautmann B. et al. (2023), First bioanthropological evidence for Yamnaya horsemanship, Science Advances. La ricerca ha utilizzato una combinazione di marcatori scheletrici per identificare individui compatibili con una pratica equestre nell’età del Bronzo. (PubMed Central (PMC))

Tracing horseback riding and transport in the human skeleton (2024), revisione metodologica che analizza criticamente l’utilizzo dei marcatori scheletrici per identificare l’equitazione e sottolinea la necessità di gruppi di confronto e di più linee di evidenza archeologica. (PubMed Central (PMC))

Baillif-Ducros C., ricerche sulla relazione tra equipaggiamento equestre, postura e modificazioni dello scheletro umano nelle popolazioni archeologiche, con particolare attenzione alla possibilità di distinguere gli effetti della monta e dell’utilizzo delle staffe. (Inrap)

In sintesi: la “sindrome dell’equitazione” non è una diagnosi e non è una prova infallibile di equitazione. È un modello bioarcheologico costruito sull’associazione di più caratteristiche scheletriche, il cui valore aumenta quando viene verificato attraverso il contesto archeologico e confrontato con popolazioni non equestri.

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