Da diversi decenni la cosiddetta Natural Horsemanship, o equitazione naturale, viene presentata come un approccio all'addestramento fondato sulla comprensione del cavallo anziché sulla coercizione.
L'idea di fondo è semplice: per comunicare efficacemente con un cavallo occorre conoscere il suo comportamento, comprendere come apprende e adattare le proprie richieste alle sue caratteristiche etologiche.
È un principio interessante.
Ma quando si racconta la storia della Natural Horsemanship si incontra spesso una narrazione molto più complessa: quella secondo cui i moderni metodi di equitazione naturale deriverebbero direttamente dalle antiche conoscenze dei popoli nativi americani.
La realtà storica è più articolata.
Le grandi culture equestri indigene
Il cavallo non era originario delle società indigene storiche delle Great Plains.
I cavalli domestici furono reintrodotti in Nord America dagli europei e si diffusero rapidamente attraverso reti indigene di scambio, allevamento e movimento. Le nuove evidenze archeologiche, genetiche e isotopiche indicano che i cavalli erano già profondamente integrati nelle società indigene delle Great Plains e delle Northern Rockies nella prima metà del XVII secolo.
In pochi decenni il cavallo trasformò profondamente molte società indigene.
Nelle Plains meridionali, gruppi come Comanche, Kiowa, Cheyenne e Arapaho svilupparono società fortemente equestri, utilizzando i cavalli per la caccia, il trasporto, gli scambi, la mobilità e la guerra. Il cavallo divenne anche parte delle strutture economiche, sociali e culturali.
Non esisteva però una sola "equitazione nativa".
Le popolazioni indigene del Nord America erano numerose e culturalmente differenti e svilupparono rapporti diversi con il cavallo in funzione dell'ambiente, dell'economia, della storia e delle proprie tradizioni.
Parlare genericamente di "metodo dei nativi americani" rischia quindi di cancellare proprio quella diversità.
Gli storici hanno inoltre messo in guardia dalla rappresentazione romantica e uniforme delle cosiddette "horse cultures" delle Plains, spesso trasformate dalla cultura popolare in un'immagine idealizzata dell'indigeno e del cavallo.
Da cultura equestre a metodo commerciale
La moderna Natural Horsemanship nasce molto più recentemente.
Nel corso del XX secolo diversi trainer statunitensi svilupparono sistemi di addestramento che ponevano maggiore enfasi sulla comunicazione, sulla lettura del comportamento del cavallo, sulla gradualità e sulla riduzione della forza fisica.
Tra i nomi più conosciuti si trovano Tom Dorrance, Bill Dorrance, Ray Hunt, John Lyons, Pat Parelli, Monty Roberts e altri.
Alcuni di questi trainer hanno dichiarato di essersi ispirati a osservazioni dei cavalli liberi o a tradizioni equestri indigene.
Questo però non significa che esista una linea storica semplice e documentabile del tipo:
antichi popoli indigeni → Natural Horsemanship moderna.
La moderna Natural Horsemanship comprende infatti sistemi differenti, elaborati da persone diverse e basati su combinazioni differenti di esperienza pratica, osservazione del comportamento, teoria dell'apprendimento e tradizione equestre.
È quindi più corretto parlare di influenze, riferimenti e appropriazioni di idee e immagini, piuttosto che di una discendenza unica.
"Naturale" non significa automaticamente scientifico
La parola "naturale" è particolarmente seducente.
Può suggerire qualcosa di rispettoso, intuitivo e vicino alla biologia del cavallo.
Ma un metodo non diventa scientificamente valido semplicemente perché viene definito naturale.
La ricerca sull'equitazione ha mostrato che molte tecniche tradizionali possono contenere elementi efficaci di apprendimento e gestione, come la gradualità, la familiarizzazione e la capacità dell'operatore di leggere correttamente il comportamento dell'animale. Il cosiddetto "horse sense", spesso presentato come una capacità quasi innata di alcuni grandi horsemen, può invece essere interpretato come il risultato dell'interazione tra predisposizioni individuali, esperienza e apprendimento.
Anche alcune tecniche della Natural Horsemanship sono state sottoposte ad analisi scientifica.
La letteratura, per esempio, ha studiato il round pen training e il cosiddetto "Join-Up" di Monty Roberts, evidenziando come alcune pratiche vengano giustificate dai trainer attraverso analogie con le interazioni sociali tra cavalli liberi.
Ma osservare un comportamento tra cavalli non significa automaticamente che riprodurlo da parte di un essere umano produca lo stesso significato per il cavallo.
È una distinzione fondamentale.
Il cavallo prima dell'essere umano
La parte più interessante della Natural Horsemanship non è quindi la sua etichetta.
È il principio secondo cui l'essere umano dovrebbe imparare a conoscere il cavallo prima di pretendere di controllarlo.
Questo significa osservare:
come comunica;
come reagisce alla pressione;
come apprende;
come manifesta paura, tensione o rilassamento;
quali segnali precedono una risposta comportamentale;
quali esperienze favoriscono l'apprendimento e quali invece generano confusione o conflitto.
Questi principi possono essere studiati attraverso l'etologia e la scienza dell'apprendimento senza ricorrere a interpretazioni mistiche.
Non occorre "parlare la lingua del cavallo".
Occorre imparare a riconoscere i suoi segnali e a costruire risposte coerenti.
Pressione, rilascio e apprendimento
Molti sistemi di Natural Horsemanship utilizzano il principio secondo cui la pressione viene applicata e poi rimossa quando il cavallo produce la risposta desiderata.
La logica può essere efficace, ma deve essere compresa correttamente.
La pressione non è necessariamente sinonimo di abuso.
Anche un aiuto leggero è una forma di pressione o di stimolo.
La questione scientificamente rilevante è come viene applicato lo stimolo, quanto è intenso, quanto dura, quale risposta produce e cosa apprende il cavallo da quella sequenza.
Un metodo che utilizza strumenti apparentemente delicati può comunque essere coercitivo se la pressione è eccessiva, confusa o applicata senza considerare la risposta dell'animale.
Al contrario, un metodo che utilizza un contatto fisico non è automaticamente abusivo.
La valutazione deve riguardare il modo in cui la tecnica viene applicata e gli effetti che produce sul cavallo.
Il problema della parola "dominanza"
Un altro elemento da osservare criticamente è il concetto di dominanza.
Alcuni sistemi di Natural Horsemanship hanno descritto il rapporto con il cavallo attraverso concetti come leadership, gerarchia o controllo del rango.
La ricerca sull'addestramento equino ha evidenziato che numerosi sistemi di Natural Horsemanship hanno utilizzato l'idea che l'addestratore debba diventare il "leader" del cavallo attraverso comportamenti interpretati come equivalenti alle interazioni gerarchiche tra cavalli.
Ma applicare direttamente la struttura sociale dei cavalli alla relazione uomo-cavallo può essere fuorviante.
Un essere umano non diventa un cavallo dominante semplicemente imitandone alcuni comportamenti.
La relazione uomo-cavallo è una relazione interspecifica e deve essere interpretata attraverso i principi dell'apprendimento e della comunicazione tra specie diverse.
E GaWaNi Pony Boy?
Una figura particolare nella storia contemporanea della Native American Horsemanship è GaWaNi Pony Boy, autore di Horse, Follow Closely.
Nel suo lavoro presenta quello che definisce relationship training, ponendo al centro la relazione tra essere umano e cavallo e attribuendo agli anziani di diverse comunità tribali parte dell'insegnamento ricevuto sui cosiddetti "old ways".
Il messaggio centrale del suo approccio è che l'essere umano dovrebbe chiedersi, prima di fare qualcosa con il cavallo, se ciò abbia realmente senso dal punto di vista dell'animale.
È un principio che può essere apprezzato anche senza trasformarlo in una teoria universale sull'equitazione indigena.
È importante infatti distinguere tra la testimonianza e la filosofia personale di un autore contemporaneo e ciò che possiamo documentare storicamente come pratica condivisa da tutte le popolazioni indigene.
Una storia che non dovrebbe essere romanticizzata
Esiste anche una questione culturale che merita attenzione.
Le culture equestri indigene sono state a lungo raccontate attraverso lo sguardo dei colonizzatori e successivamente attraverso quello della cultura popolare occidentale.
Il risultato è stato spesso un'immagine romantica dell'indigeno "naturale", in perfetta sintonia con il cavallo e con la natura.
La ricerca storica contemporanea invita invece a una lettura molto più complessa. Le società equestri delle Plains erano realtà politiche, economiche e sociali sofisticate, con forme differenti di allevamento, commercio, guerra, mobilità e gestione delle risorse.
Il cavallo non rappresentava semplicemente una relazione spirituale.
Era anche una risorsa, un mezzo di trasporto, uno strumento di caccia, un bene economico e, in alcune società, una componente fondamentale del potere politico e militare.
Riconoscere la competenza equestre delle popolazioni indigene significa quindi studiare la loro storia reale, non trasformarla in una leggenda utile alla vendita di un corso moderno.
Cosa possiamo conservare della Natural Horsemanship?
Molto, se eliminiamo la mistica.
Imparare a osservare prima di agire.
Ridurre gli stimoli inutilmente intensi.
Rendere comprensibili le richieste.
Premiare tempestivamente la risposta corretta.
Evitare di aumentare la pressione quando il problema nasce dalla nostra comunicazione.
Considerare il temperamento e la storia individuale del cavallo.
Permettere al cavallo di apprendere gradualmente.
E soprattutto ricordare che l'addestramento è un processo di apprendimento per entrambi.
Questi principi non appartengono esclusivamente alla Natural Horsemanship e non devono essere attribuiti automaticamente a una singola cultura.
Possono essere studiati attraverso l'etologia, la teoria dell'apprendimento e la scienza dell'equitazione.
Il vero significato di "naturale"
Forse la domanda più utile non è:
"Questo metodo è naturale?"
Ma:
"Questo metodo è comprensibile per il cavallo, coerente con il suo modo di apprendere e compatibile con il suo benessere?"
È una domanda molto più difficile.
Ma anche molto più importante.
Perché un cavallo non ha bisogno che una tecnica venga chiamata naturale.
Ha bisogno che gli stimoli che riceve siano comprensibili, proporzionati e gestiti nel rispetto delle sue capacità di apprendimento e delle sue esigenze comportamentali.
La Natural Horsemanship può quindi essere letta non come una formula magica né come un'eredità uniforme dei popoli indigeni, ma come uno dei percorsi attraverso cui l'equitazione moderna ha iniziato a mettere maggiormente in discussione l'idea che il cavallo debba semplicemente obbedire.
E forse la lezione più utile non appartiene a nessun metodo commerciale.
Prima di chiedere al cavallo di capire noi, dobbiamo imparare a capire il cavallo.
Fonti e approfondimenti
Hämäläinen P. (2003). The Rise and Fall of Plains Indian Horse Cultures. Journal of American History, 90(3), 833–862.
Mitchell P. (2015). Horse Nations: The Worldwide Impact of the Horse on Indigenous Societies Post-1492. Oxford University Press.
Lafferty M. et al. (2023). Early dispersal of domestic horses into the Great Plains and northern Rockies. Science. La ricerca integra archeologia, genetica, isotopi e paleopatologia per ricostruire la diffusione precoce del cavallo nelle società indigene.
McGreevy P. et al. How equitation science can elucidate and refine horsemanship techniques. Applied Animal Behaviour Science.
The role of ethology in round pen horse training—A review. Applied Animal Behaviour Science.
GaWaNi Pony Boy. (2006). Horse, Follow Closely: Native American Horsemanship.
