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Problemi comportamentali nei cavalli da diporto

cosa racconta uno studio su 1.326 equini nel Regno Unito

Quanto sono frequenti i problemi comportamentali nei cavalli utilizzati per l'equitazione amatoriale?

Una ricerca condotta nel Regno Unito ha provato a rispondere a questa domanda raccogliendo informazioni su 1.326 cavalli da diporto e sulle modalità con cui venivano gestiti, montati e addestrati.

Lo studio, pubblicato nel 2012 su Equine Veterinary Journal da J. Hockenhull ed E. Creighton, è interessante ancora oggi perché mette in relazione tre aspetti che spesso vengono considerati separatamente: attrezzatura, pratiche di addestramento e comportamento del cavallo durante la monta.

Il dato che più colpisce è quello relativo ai comportamenti problematici: il 91% delle persone partecipanti ha riferito almeno un problema comportamentale durante la monta del proprio cavallo.

Non significa che il 91% dei cavalli fosse malato o avesse un disturbo comportamentale diagnosticato. Significa che, nel campione analizzato, quasi tutte le persone intervistate avevano osservato almeno un comportamento che consideravano problematico.

Ed è proprio questa distinzione a rendere interessante il risultato.

Chi sono i cavalli del campione?

I dati sono stati raccolti attraverso un questionario anonimo online, diffuso nell'arco di un anno.

La maggioranza dei cavalli era utilizzata per l'equitazione di campagna, seguita dal lavoro in piano. Una parte minore partecipava a discipline sportive, soprattutto salto ostacoli e dressage.

Il campione era composto quasi interamente da persone di sesso femminile: il 97% delle partecipanti.

La maggior parte dei cavalli era mantenuta principalmente per attività ricreative o competitive, piuttosto che esclusivamente come animali da compagnia.

Il dato è importante perché i cavalli da diporto rappresentano una componente molto ampia della popolazione equina e, rispetto ai cavalli impiegati in contesti professionali, sono meno frequentemente studiati attraverso grandi raccolte sistematiche di dati.

Il 91% riferiva almeno un problema comportamentale

Il risultato più rilevante dello studio riguarda il comportamento durante la monta.

Nel 91% dei cavalli del campione le persone partecipanti hanno riferito almeno un comportamento considerato problematico.

Tra quelli più frequentemente segnalati comparivano:

  • timidezza o esitazione;

  • comportamenti associati alla fuga;

  • resistenza alle richieste durante la monta;

  • difficoltà associate all'imboccatura;

  • calci;

  • impennate;

  • difficoltà legate alla separazione da altri cavalli;

  • rifiuto di allontanarsi dalla stalla o dal paddock.

Alcuni di questi comportamenti possono avere conseguenze dirette sulla sicurezza.

Un cavallo che si spaventa e tenta di allontanarsi, per esempio, può mettere a rischio sia la propria incolumità sia quella della persona che lo conduce o lo monta.

Ma chiamare questi comportamenti semplicemente “disobbedienza” rischia di perdere una parte importante dell'informazione.

Un comportamento problematico è prima di tutto un segnale che richiede interpretazione.

Il comportamento non nasce necessariamente dall'addestramento

Uno dei messaggi più interessanti che possiamo ricavare da questo tipo di ricerca è la necessità di evitare spiegazioni troppo semplici.

Un cavallo che si oppone, accelera, si irrigidisce, si sottrae all'imboccatura o tenta di fuggire può avere molte possibili motivazioni.

Dolore, paura, apprendimento precedente, ambiente, gestione, conflitto durante l'addestramento e caratteristiche individuali possono interagire tra loro.

Anche l'attrezzatura può essere coinvolta.

Ma da un questionario osservazionale non possiamo stabilire automaticamente una relazione di causa-effetto.

Per questo è più corretto chiedersi che cosa sta comunicando quel comportamento e quali fattori possono contribuire a produrlo, piuttosto che cercare immediatamente una soluzione basata sul maggiore controllo.

La sella: un elemento spesso sottovalutato

La sella multidisciplinare era la più utilizzata nel campione.

Tuttavia, non tutte le persone intervistate avevano fatto valutare professionalmente l'adattamento della sella al proprio cavallo.

Una parte del campione riferiva controlli poco frequenti o assenti, mentre alcune persone ritenevano che l'utilizzo di una sella senza arcione rendesse superflua una valutazione professionale.

È un punto che merita attenzione.

Una sella deve essere valutata in relazione alla conformazione e alle caratteristiche del singolo cavallo, alla persona che la utilizza e all'attività svolta.

Una sella non adeguatamente adattata può contribuire a dolore o disagio e, di conseguenza, essere associata a modificazioni del comportamento.

Questo non significa però che ogni problema comportamentale dipenda dalla sella.

Lo studio non consente una conclusione causale di questo tipo.

Denti e piedi: controlli molto più diffusi

Altri aspetti della gestione risultavano invece molto più standardizzati.

Il controllo dei denti era molto diffuso: il 97% delle persone intervistate riferiva di farli controllare almeno una volta all'anno.

Anche la gestione dei piedi era generalmente affidata a professionisti.

Solo il 4% dichiarava di non utilizzare un maniscalco o un professionista per la gestione dello zoccolo, mentre circa il 24% preferiva mantenere il cavallo scalzo affidandosi a professionisti qualificati per il pareggio.

Questi dati mostrano come, almeno per alcuni aspetti della gestione fisica del cavallo, fosse già diffusa una certa attenzione alla prevenzione.

Imboccature e strumenti di controllo

Lo studio ha raccolto anche informazioni sulle attrezzature utilizzate durante la monta.

Il filetto snodato risultava l'imboccatura più comune, utilizzata dall'84% del campione.

Seguivano altre tipologie di imboccature e dispositivi, tra cui filetto a leva, Pelham e sistemi bitless o hackamore.

Anche gli strumenti utilizzati per aumentare il controllo erano molto diffusi.

Il 59% delle persone intervistate utilizzava un frustino, il 35% una martingala e il 19% gli speroni. Il 4% utilizzava redini di ritorno.

Solo il 22% dichiarava di non utilizzare strumenti classificati nello studio come forme di rinforzo negativo.

Questi dati devono essere letti nel contesto storico della ricerca: le categorie utilizzate dagli autori riflettono la letteratura e il dibattito scientifico dell'epoca e non consentono di stabilire che ogni utilizzo di questi strumenti sia necessariamente scorretto o dannoso.

La questione interessante è un'altra: quanto spesso l'aumento del controllo viene utilizzato per gestire un comportamento senza averne prima individuato la causa?

Addestramento tradizionale e metodi alternativi

Il questionario ha evidenziato anche una notevole varietà nelle pratiche di addestramento.

L'approccio tradizionale risultava ancora predominante, ma erano conosciute e utilizzate anche metodologie definite dagli autori come alternative, tra cui alcune forme di “natural horsemanship” e altri approcci di addestramento.

La diffusione di metodi differenti può essere interpretata come un segnale di cambiamento nella cultura equestre.

Ma anche in questo caso sarebbe semplicistico stabilire che un metodo sia automaticamente più rispettoso o più efficace di un altro.

Più che il nome attribuito a un metodo, conta come viene applicato, quali segnali vengono utilizzati, quanto vengono rispettati i tempi di apprendimento e quale risposta viene richiesta al cavallo.

Il dato del 91% deve far riflettere

È probabilmente questo il risultato più importante dell'intera ricerca.

Se una percentuale così elevata di persone riferisce problemi durante la monta, la domanda non dovrebbe essere soltanto come rendere il cavallo più controllabile.

Dovrebbe essere anche:

perché questi comportamenti sono così frequenti?

Una parte può essere legata a paura o conflitto. Una parte può essere associata a dolore o a problemi fisici. Altri comportamenti possono derivare dall'apprendimento o dall'ambiente.

E in molti casi possono essere presenti più fattori contemporaneamente.

La ricerca successiva sul comportamento equino ha infatti dato sempre maggiore importanza alla necessità di considerare il dolore e le condizioni fisiche quando si valutano comportamenti indesiderati, evitando di interpretarli automaticamente come problemi di addestramento.

Un problema di sicurezza, ma anche di benessere

Un comportamento che rende difficile montare o gestire un cavallo non è soltanto un problema per la persona.

Può essere anche un indicatore di una condizione che merita attenzione.

Se un cavallo improvvisamente inizia a rifiutare l'imboccatura, diventa riluttante al movimento, accelera, si sottrae alle richieste o reagisce durante la monta, la prima domanda non dovrebbe essere necessariamente “come faccio a farlo smettere?”

Potrebbe essere più utile chiedersi:

“che cosa è cambiato e perché?”

Dolore muscoloscheletrico, problemi dentali, adattamento della sella, gestione dello zoccolo, condizioni ambientali, paura e precedenti esperienze possono tutti entrare nella valutazione.

Questo approccio non elimina la necessità di un addestramento adeguato. La completa.

Cosa ci dice davvero questo studio?

La ricerca di Hockenhull e Creighton non dimostra che l'attrezzatura provochi i problemi comportamentali e non dimostra che una determinata tecnica di addestramento sia responsabile del 91% dei casi.

Fornisce però una fotografia molto interessante del cavallo da diporto nel Regno Unito e mette in evidenza la frequenza con cui le persone incontrano difficoltà durante la monta.

Il dato più utile, ancora oggi, è probabilmente proprio questo: un comportamento problematico non dovrebbe essere considerato semplicemente un ostacolo da eliminare. È un'informazione da interpretare.

Prima di aumentare il controllo, può essere necessario verificare dolore, salute, attrezzatura, ambiente, gestione e storia di apprendimento.

Perché un cavallo che non collabora non sta necessariamente scegliendo di “fare il difficile”.

E capire il motivo del comportamento può essere molto più importante che riuscire semplicemente a interromperlo.

Lo studio

Hockenhull J., Creighton E. (2012). The use of equipment and training practices and the prevalence of owner-reported ridden behaviour problems in UK leisure horses. Equine Veterinary Journal, 44(s43), 15–18.

DOI: 10.1111/j.2042-3306.2012.00567.x.

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